Quello che vi proponiamo è una visita alternativa. Prima di iniziare il nostro viaggio insieme tra le bellezze artistiche custodite nel Museo Nazionale del Prado a Madrid, può essere utile, però, una breve introduzione sul museo stesso, così da poter avere qualche informazione di massima circa la sua evoluzione:
- (1785) Carlo III incarica l’architetto di corte Juan de Villanueva di creare il Gabinete de Historia Natural, una collina delle scienze che preveda un osservatorio astronomico ed un giardino botanico;
- (1819) dopo circa trentaquattro anni di sospensione (morte di Carlo III nel 1788 ed occupazione della Spagna da parte dei francesi dal 1808 al 1814), sotto Ferdinando VII viene inaugurato il Museo Real de Pinturas y Esculturas, che raccoglie le opere delle collezioni dei reali di Spagna;
- (1868) a seguito della sua nazionalizzazione, il museo prende il nome di Museo Nacional del Prado;
- (1872) confluisce nel museo la collezione proveniente dal Museo della Trinidad, dove si trovavano tutte le opere ecclesiastiche sottratte al clero;
- (1971) entra a far parte del patrimonio del museo una collezione importante di opere spagnole del XIX secolo, già appartenenti al Museo di Arte Moderna.

Attualmente il Museo Nazionale del Prado, in stile neoclassico con un corpo centrale (la facciata è caratterizzata da un sontuoso frontone di ordine dorico con rilievi mitologici e allegorici) e due gallerie laterali, oltre ad essere uno dei musei più vasti del mondo con oltre 35.000 opere, è anche sede di un importante istituto di ricerca attivo in molti campi, dalla conservazione e studio delle opere d’arte alla loro digitalizzazione.
Inoltre, il museo è tra i musei più visitati al mondo, con una media annuale di quasi 3 milioni di utenti, e si pregia di essere stato di ispirazione per la progettazione della National Gallery of Art di Washington.
Ma ora iniziamo il nostro viaggio tra una selezione di nove meraviglie qui conservate, ed il nostro filo conduttore sarà il riuscire a cogliere in esse quello che hanno da dirci riguardo ad una tematica che può certamente accomunarci tutti – chi più in un modo chi più in un altro –, cioè la lotta spirituale cui l’uomo e la donna sono chiamati nel corso della loro vita, pressoché quotidianamente.
HIERONYMUS BOSCH
Hieronymus Bosch è lo pseudonimo di Hieronymus van Aeken, pittore fiammingo nato e vissuto in Olanda tra la metà del ‘400 ed il primo ventennio del ‘500. Egli trae costante ispirazione dalle credenze e dai misteri popolari, subendo un grande influsso da parte delle dottrine dei mistici fiamminghi. La sua influenza è notevole nella pittura del periodo, in particolare sull’arte di P. Bruegel (metà del ‘500).
IL GIARDINO DELLE DELIZIE (1500-1505)
Opera in olio su tre pannelli di quercia, si tratta di un dipinto che si presta certamente a più di un’interpretazione. Quella che più ci convince – e che, pertanto, seguiremo – è la rappresentazione di una visione religiosa circa l’ineluttabilità della sorte umana: l’uomo è inesorabilmente destinato alla sconfitta nella sua lotta spirituale contro il peccato!

Si parte, infatti, da quanto è dipinto nella parte posteriore del trittico, visibile solo una volta chiuso. Utilizzando colori verde-grigio, viene presentata la creazione del mondo – per la precisione il terzo giorno della creazione, mancandovi gli animali e l’uomo –, una sorta di globo con le piante in uno stato iniziale e, in alto a sinistra, la raffigurazione minuta di Dio che indossa una tiara papalina e, in alto al centro, una citazione del salmo 33, che sottolinea la forza creatrice della parola di Dio. Agli inizi del mondo tutto è perfetto, sebbene sia un po’ freddo.

Ecco quindi le scene interne del trittico, in un percorso che procede da sinistra verso destra.
Nel primo pannello troviamo la rappresentazione del paradiso terrestre, con la creazione di Eva appena avvenuta e un giovane Dio, che ricorda di fatto Gesù, che la presenta ad Adamo che si sta giusto risvegliando. La scena presenta numerosi animali sia reali che fantastici.
Nel pannello di mezzo, il cui skyline prosegue quello del riquadro precedente, troviamo il giardino delle delizie, con sequenze intricate che mostrano atteggiamenti amorosi/lussuriosi dei numerosi personaggi. Oltre alle figure umane, sono presenti molti animali anche in questo caso reali e di fantasia.
Passando al terzo ed ultimo pannello, si riscontra un taglio netto con le rappresentazioni precedenti, a partire già dai colori che qui sono molto cupi. Procedendo dall’alto verso il basso, si scorgono una città in fiamme, un uomo ‘albero’, animali mutanti, demoni e scene di tortura. Forse, si può anche riconoscere un autoritratto di Bosch stesso. Questo pannello raffigura l’inferno.
Volendo dare, perciò, una lettura spirituale dell’opera, possiamo affermare che tutto nasce perfetto con la creazione divina, anche se però un po’ freddo (rappresentazione dell’esterno del trittico), poi nel paradiso terrestre, con la creazione di Eva e, principalmente, con il libero arbitrio, tutto assume un sapore nuovo, più vivo (primo pannello), ma si va inesorabilmente a cadere nel peccato dei sensi (secondo pannello) e da lì alla dannazione finale.
VELÁZQUEZ
Diego Rodríguez de Sylva y Velázquez è il più grande pittore del Barocco spagnolo. Vissuto tra la fine del ‘500 e la seconda metà del ‘600, lavora alla corte spagnola come pittore ufficiale, grazie al suocero Pacheco che ve lo introduce. Il suo biglietto da visita per la corte è il ritratto di Filippo IV, cui seguono numerosi altri dipinti dei reali e dei membri della corte. Nella sua lunga attività incontra Rubens e visita l’Italia. Nella sua produzione, oltre alla ritrattistica, si ritrovano rappresentazioni mitologiche e solo pochi dipinti a tema religioso.
LAS MENINAS – LE DAMIGELLE (1656)

Famoso dipinto olio su tela di Velázquez, la scena ha luogo nello studio del pittore. Esistono due ipotesi interpretative: nella prima si ritiene che la protagonista del dipinto sia l’infanta Margherita, di 5 anni, che, al centro del quadro, è attorniata dalle sue due damigelle e, tra gli altri personaggi, da due nani di corte e un cane, ma la posizione di Velazquez, anche lui ritratto, è decisamente innaturale nell’atto di dipingere; nella seconda ipotesi, si ritiene che i veri protagonisti siano i reali Filippo IV e Marianna d’Austria, il cui riflesso appare nello specchio in fondo, poco sopra l’infanta, sebbene decisamente in secondo piano, ma ciò sarebbe in linea con la posizione del pittore nel dipinto. Quale delle due ipotesi è più verosimile? Probabilmente, entrambe le ipotesi hanno una parte di verità, considerando la libertà espressiva di cui il pittore si è certamente servito. Basti pensare, ad esempio, che il dipinto è molto originale anche nella rappresentazione dello spazio, che addirittura va oltre i limiti fisici della tela, lasciando immaginare la finestra sulla destra che prosegue, così come la prosecuzione della tela che si vede appena sulla sinistra.
LAS HILANDERAS – LE FILATRICI (1657)

Altro famoso dipinto olio su tela di Velázquez, la rappresentazione avviene su due piani: la scena in primo piano raffigura l’arazzeria di S. Isabel, con cinque donne intente alla loro attività quotidiana di tessitura e non solo, con una naturalezza ed una serie di dettagli rappresentativi notevoli; la scena in secondo piano richiama, invece, il sesto libro delle Metamorfosi di Ovidio, cioè il mito di Aracne che, sfidata Atena, sebbene vinca la gara viene trasformata dalla dea in un ragno.
Entrambe le opere di Velázquez ci forniscono elementi di riflessione sulla inevitabile sconfitta umana: nella prima si ritrova una scena di vita a corte, quindi di ‘successo umano’, in cui si respira però tutta la vacuità e l’autoreferenzialità di quell’ambiente, nella seconda contrastano nettamente l’umiltà di ciò che è in primo piano e la superbia umana sintetizzata dal mito di Aracne in secondo piano, che alla fine prevale ma viene condannata.
La sconfitta nella lotta spirituale è, quindi, inesorabile nel percorso umano tra conquiste effimere e superbia, anche da un punto di vista laico.
FRANCISCO DE GOYA
Incisore e soprattutto pittore, vissuto tra la metà del ‘700 e la prima metà dell’’800, studia a Saragozza e a Madrid, vivendo povero tutta la sua vita, afflitto da sordità per gli ultimi trentasei anni circa. Viaggia a Roma e a Venezia. Sposato, ha la bellezza di ventiquattro figli. L’apice della sua carriera a corte è con Carlo IV, mentre con Ferdinando VII inizia il suo allontanamento graduale, prima in campagna e poi con l’esilio a Bordeaux, dove muore. La sua arte mostra diverse fasi evolutive pittoriche ma sempre mantenendo un’alta carica di dolcezza, sensualità e drammaticità, manifestando, di fatto, un impulso al Romaticismo.
3 MAGGIO 1808 (1814)

Olio su tela, il dipinto ha un gemello: ‘2 maggio 1808’, che rappresenta, con un dinamismo carico di tensione, la rivolta a Madrid contro i mammelucchi dell’esercito francese invasore.
Qui, invece, il dipinto raffigura la fucilazione di alcuni cittadini madrileni dopo la sedazione della rivolta del 2 maggio. Sulla sfondo, a destra, si intravede Madrid, mentre in primo piano, sulla destra, il plotone di esecuzione francese in fila perfetta e con i volti dei soldati coperti. Una lanterna a terra dà luce alla scena a sinistra, dove, al centro, risalta la figura di un contadino in abiti chiari e con le braccia aperte, quasi un nuovo Cristo in croce di fronte all’ingiustizia umana.
Il richiamo spirituale è certamente alla possibilità, forse, di una rivalsa, cioè all’esistenza di una speranza laica/religiosa in cui, di fronte alla ingiusta sofferenza, l’uomo è chiamato ad opporsi, anche con il martirio se necessario.
TIZIANO VECELLIO
Prima mosaicista, poi pittore, vive tra la seconda metà del ‘400 e la seconda metà del ‘500, lavorando a Venezia e quindi, raggiunta una grande fama, presso le diverse corti europee, dedicandosi alla ritrattistica di corte e a temi mitologici. A Roma dal 1545 al 1546, si sposta poi in Spagna alla corte di Carlo V e di Filippo II. Viene definito ‘il Michelangelo del nord-Italia’.
CARLO V A MÜLBERG (1548)

Olio su tela di grandi dimensioni, raffigura Carlo V, imperatore del sacro-romano impero, sul suo destriero, dopo la vittoria conseguita nel 1547 nella battaglia di Mülberg in Germania, contro le truppe protestanti di Giovanni Federico.
I chiaro-scuri danno un notevole impatto alla maestosità della figura di Carlo V che, con sguardo fiero, tiene a freno il cavallo che freme. Sullo sfondo si nota il bagliore di una nuova alba che ha inizio.
Il nostro percorso verso una possibilità di rivalsa nel combattimento spirituale continua, con l’indicazione della necessità di avere una guida autorevole che, negli atti, abbia già vinto le sue battaglie e che, perciò, possa guidare l’altro nel suo personale combattimento, una sorta di guida spirituale, un vero e proprio maestro Jedi per dirla alla maniera di Guerre Stellari di G. Lucas. Quanti hanno avuto la grazia di conoscere bene p. Emidio Alessandrini e magari di averlo come padre spirituale capiranno con chiarezza a cosa ci riferiamo quando parliamo dell’importanza di avere una guida autorevole che sappia accompagnare.
ROGIER VAN DER WEYDEN
Pittore fiammingo belga, nasce sul finire del ‘300 e muore agli inizi della seconda metà del ‘400. Molto famoso al suo tempo, viene poi dimenticato per essere alla fine riscoperto nella metà del XIX secolo. Visita l’Italia nel corso del giubileo del 1450.
È forse lui il rinomato ‘Maestro di Flémalle’, autore di tre pannelli nell’abbazia di Flémalle, oggi a Francoforte, e discepolo di Jan van Eyck?
DEPOSIZIONE DALLA CROCE (1435)

Dipinto olio su tavola a forma di ‘T’ rovesciata, colpisce per il forte impatto emotivo generato dall’elevato numero dei personaggi raffigurati e dai chiaro-scuri. Partendo dalla destra e in senso orario, si notano Nicodemo con un servo e Maria Maddalena in una postura che, in base ai canoni espressivi dell’epoca, esprime disperazione estrema; poi Giovanni in abito rosso e Maria di Cleofa e Maria Salomè; un servo sulla scala e Giuseppe d’Arimatea. Al centro di questo vortice narrativo c’è Gesù che viene deposto dalla Croce. La sua postura, con il braccio cadente, è replicata esattamente dalla mamma Maria, in abito azzurro.
Qual è, perciò, la strada per la vittoria spirituale? Il dipinto ci rivela che la sofferenza patita da Cristo si ritrova, quindi, pienamente in Maria, immagine della Chiesa, che è chiamata alla compartecipazione della passione di Cristo redentore.
TINTORETTO
Iacopo Robusti, detto il Tintoretto dal tipo di lavoro paterno (tintore), vive e lavora a Venezia nel corso del ‘500. Formatosi probabilmente alla bottega di Tiziano, non si muove praticamente mai da Venezia se non per un breve soggiorno a Mantova nel 1580, lavorando quasi esclusivamente per committenze religiose.
Le sue opere hanno un potente impatto emotivo sull’osservatore, grazie alle composizioni decentrate, le diagonali di narrazione ed il luminismo delle sue creazioni pittoriche, esprimendo con i colori, in modo prorompente, la crisi spirituale del suo tempo.
LA LAVANDA DEI PIEDI (1548-1549)

Originariamente collocato nel presbiterio della chiesa di S. Marcuola a Venezia, il dipinto colpisce per i chiaro-scuri intensi, con una narrazione che procede diagonalmente dal lato inferiore destro fino al lato superiore sinistro: Gesù, in ginocchio, lava i piedi a un S. Pietro incredulo, mentre gli altri apostoli sono intenti chi a parlare, chi a togliere i pantaloni ad un altro, insomma a fare di tutto tranne che ad essere attenti all’azione educatrice e profetica di Cristo. Insomma, una Chiesa alle prese con faccende che poco lasciano spazio alla vera sequela di Cristo, che invece sta mostrando come la strada del servizio e dell’umiltà sia la strada da percorrere per la salvezza nel combattimento spirituale umano.
EL GRECO
Pseudonimo di Domìnikos Theotokòpulos, nasce a Creta nella metà del ‘500. Per dieci anni circa lavora in Italia, a Venezia e a Roma presso il cardinale Alessandro Farnese, e poi si stabilisce in Spagna. Per i soggetti da lui ritratti, a pieno titolo è definito il pittore della Controriforma, sebbene lo faccia non sempre secondo i canoni riconosciuti del tempo, il che gli procura non poco problemi con le committenze.
LA TRINITÀ

L’opera, olio su tela, ha uno sviluppo verticale: Cristo morto, con i segni della passione in croce sul proprio corpo, ed una muscolatura di tipo michelangiolesca, è sorretto da Dio Padre che indossa una mitra di foggia orientale, sovrastati entrambi dallo Spirito Santo sotto forma di colomba. Dall’alto si irradia una luce potente che illumina la Trinità e gli angeli tutt’intorno.
La Redenzione qui è palpabile: l’uomo, come Cristo, è chiamato ad attraversare la passione e a portarne le ferite, ma nella certezza che il Padre e lo Spirito Santo lo risolleveranno dalla morte!
FRANCISCO DE GOYA
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI (1797)

Per terminare il nostro viaggio nel combattimento spirituale cui ogni uomo ed ogni donna sono chiamati attraverso l’analisi di alcune delle più belle opere conservate nel Museo Nazionale del Prado, abbiamo pensato a questa incisione di Goya, che fa parte di una raccolta di ottanta incisioni intitolata Los caprichos, pubblicata nel 1799.
Perché il combattimento spirituale umano possa avere successo, l’uomo e la donna hanno ricevuto un grande dono dal Creatore, la propria ragione, la propria razionalità in senso lato. Quando questa viene meno, infatti, le creature più mostruose e paurose vanno all’attacco e offuscano la nostra mente, al contrario la ragione, ma una ragione che sia accompagnata da quella della Fede, ci aiuta a capire, a ricordare, a discernere e, ove le situazioni non siano chiare, a fidarci di chi è in grado di guidarci nel combattimento, fino al pieno risveglio di noi stessi.
Non dimentichiamo, infatti, che nella ‘creazione di Adamo’, il famoso affresco di Michelangelo Buonarroti nella cappella Sistina, Dio è rappresentato avvolto da un mantello rosso e da angeli che riproducono la forma di un cervello umano, il che ci ricorda proprio che il Creatore ha donato all’uomo non solo la vita, ma anche l’intelletto e la capacità di pensare.

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