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Viaggi nell’Aldilà – La Navigazione di San Brandano (Seconda Parte)


La versione più famosa della storia è quella del poeta Benedeit del XII sec. (scritta in dialetto franco-normanno) e ci racconta che i viaggiatori vivono avventure di ogni tipo nel corso della loro navigazione: festeggiano la Pasqua sopra un pesce enorme, che all’inizio pare loro un’isola; incontrano gli angeli caduti all’epoca della rivolta di Lucifero contro Dio e trasformati in uccelli; vengono aggrediti da un serpente marino e difesi da un altro, dopo aver pregato Dio; passano vicino ad un’isola dal terribile fetore e scoprono che è l’inferno, dove sono torturate le anime dei malvagi; incontrano Giuda, il traditore di Cristo, che gode di un momento di pace prima di tornare ai tormenti dei diavoli; infine, giungono all’isola “dove Adamo era stato signore”. A Brandano ed ai suoi è concesso di vedere poco di quel luogo meraviglioso: fiumi ricchi di pesce, fiumi in cui scorre il latte, una montagna d’oro, prati sempre fioriti dove regna l’estate perenne. Tornato a casa, Brandano racconta le meraviglie del viaggio e rende santi e virtuosi coloro che lo ascoltano.

Abbiamo pensato di presentarvi, a questo punto, la parte principale dei due racconti che, per la tematica dell’Aldilà affrontata dal nostro lavoro, risultano di maggiore interesse: l’incontro con l’Inferno e la visita del Paradiso Terrestre.

L ‘isola infernale (cap. 31)

Isola dei Fabbri (di Ada Natale)…E videro un’isola non lontana da loro molto rossa e sassosa e piena di scorie, senza alberi ed erbe e piena di officine di fabbri. …E mentre vi passavano velocemente davanti per breve tempo, lontano quanto un lancio di pietra, udirono il suono di mantici soffianti come un tuono e un battere di martelli. A questi rumori il venerabile padre si armò del trofeo del Signore in quattro parti dicendo: “Signore Gesù Cristo liberaci da questa isola”. Finita l’implorazione dell’uomo del Signore ecco uno degli abitanti dell’isola uscir fuori… …portando una tenaglia nelle mani colla [sic!] quale stringeva una massa infuocata di scoria di immane grandezza e incandescenza. E subito la scagliò contro i servi di Cristo. Ma non fece loro del male: infatti, li oltrepassò per lo spazio di quasi uno stadio. E dove cadde il mare cominciò a ribollire come se una montagna di fuoco si fosse scaricata in quel luogo e saliva dal mare un fumo come da una pentola sul fuoco. Allora, appena l’uomo di Dio si allontanò per quasi un miglio, quelli che erano sull’isola accorsero sul lido portando ciascuno una massa. Alcuni scagliavano in mare al di là dei servi di Cristo la massa, altri a turno gettavano la loro massa sempre ritornando nelle loro officine e le incendiarono e allora quell’isola apparve come se ardesse tutta come una grande fornace e il mare ribolliva come un pentolone pieno di carni, ribollendo come quando viene messo sul fuoco, per tutto il giorno sentirono provenire dall’isola un immane urlo e anche quando non poterono più vederla, alle loro orecchie arrivava l’ululato degli abitanti dell’isola e alle narici un immenso fetore. Allora il santo padre confortò i suoi monaci dicendo: “O soldati di Cristo, fortifichiamoci nella vera fede e nelle armi spirituali perché siamo ai confini dell’inferno e vigilate e comportatevi virilmente”. L’indomani apparve loro verso settentrione un alto monte non lontano, come in mezzo a nuvole leggere. Ma aveva molto fumo sulla sommità che subito con un soffio veloce il vento sospinse sul lido dell’isola stessa finché la nave s’arrestò non lontano dalla terra. E la sua riva era tanto alta che la sua sommità si poteva appena scorgere; ed era del colore del carbone e di incredibile grandezza, verticale come un muro. Uno dei tre frati che avevano seguito San Brandano dal suo monastero, quello che era rimasto, scese fuori della nave e cominciò a camminare fino alla base della riva e cominciò a gridare: “Guai a me, sono stato mandato in perdizione da voi e non ho la forza di tornare a voi”. I frati subito portarono indietro la nave lontano dalla terra e gridarono dicendo: “Abbi pietà di noi Signore, abbi pietà di noi”. E il venerabile padre insieme ai suoi confratelli guardava in che modo veniva trascinato quell’infelice dalla moltitudine dei demoni al tormento e come era avvolto dalle fiamme fra loro e diceva: “Guai a te, figlio, perché hai trovato una tale fine meritata per la tua vita”. Di nuovo arrise loro un vento favorevole verso la regione australe. Ma appena videro l’isola allontanarsi dietro di loro, osservarono che la cima del monte non era più coperta di fumo e dal suo interno eruttava fiamme fino al cielo e nuovamente inghiottendo le fiamme stesse tanto che tutto il monte fino al mare appariva un rogo unico.

Il paradiso terrestre (cap. 36-37)

L'Eden (Anonimo)…Trascorsi i 40 giorni, avvicinandosi il vespro cominciò a scendere una caligine tanto spessa che a malapena potevano vedersi l’un l’altro. Allora il Procuratore disse a San Brandano: “Sapete cos’è questa caligine?” San Brandano chiese: “Cos’è?” Allora egli spiegò: “Questa caligine circonda l’isola che cercate da sette anni”. Trascorsa un’ora di nuovo li avvolse una grande luce e la nave si fermò sul lido. Scendendo dalla nave videro una terra meravigliosa e piena di alberi ricoperti di frutti come in autunno. E dopo aver percorso quella terra si avvidero che la notte non scendeva su di loro.

Mangiavano soltanto pomi e bevevano dalle sorgenti. E così per 40 giorni percorsero quella terra e non poterono trovarne i confini. Un giorno trovarono un grande fiume che scorreva verso il centro dell’isola. Allora San Brandano, rivolto ai suoi frati, disse: “Non possiamo oltrepassare questo fiume ed ignoriamo la vastità di questa terra”.

Mentre tra loro parlavano, desiderando di conoscere queste due cose, ecco che apparve un giovane, venendo loro incontro baciandoli con grande letizia, chiamando ciascuno col suo nome e dicendo: “Beati quelli che abitano nella tua casa e nei secoli dei secoli ti loderanno”. Dopo aver detto questo parlò a San Brandano: “Ecco la terra che hai cercato per molto tempo. Certo non l’hai potuta trovare immediatamente perché Dio ha voluto mostrarti diversi suoi segreti nel grande Oceano. Ritorna ora alla terra che ti ha visto nascere portando con te frutti e gemme di quest’isola fino a riempire la tua navicella. Si avvicina infatti la fine dei giorni della tua peregrinazione perché tu possa dormire coi tuoi padri. In verità dopo il corso di molti anni questa terra verrà conosciuta dai vostri successori quando sopravverrà la persecuzione dei Cristiani. Questo fiume che vedete divide quest’isola. Così come ora appare a voi matura di frutti, rimarrà per l’eternità senza alcuna ombra di morte. Perché Cristo è la sua luce“.

Per la versione completa della Navigazione di San Brandano, nella traduzione di Giuseppe Bonghi, cliccare su: http://www.classicitaliani.it/duecento/naviga02.pdf

E.A. – V.G.

Viaggi nell’Aldilà – La Navigazione di San Brandano (Prima Parte)


Sul finire del V sec., l’Irlanda entrò in contatto con il fenomeno del monachesimo, iniziato in oriente nel corso del IV sec., e lo spirito monastico irlandese si caratterizzò, sin dalle origini, nel senso di un forte ascetismo. I temperamenti più eroici cercavano, poi, la solitudine assoluta per chiudersi nella contemplazione di Dio. Se i monaci orientali si isolavano in cima a delle colonne o nel deserto, i loro confratelli irlandesi disponevano anch’essi di un “deserto” immenso e disabitato: il mare. Nacque così la Peregrinatio pro Christo, la ricerca della solitudine peregrinando tra le onde. Gli aspiranti eremiti giunsero addirittura ad imbarcarsi ed a lasciarsi trasportare dalla corrente dove il caso, o meglio, la volontà di Dio avesse stabilito. Isole grandi e piccole vennero popolate da comunità monastiche.

San Brandano - Mappa dei viaggiSan Brandano nacque verso la fine del V sec. a Clonfert, dove anche morì, e le sue ceneri riposano in Notre-Dame-d’Aynès (piccola cappella in stile romanico ricostruita fra il XIV e il XV secolo presso Conques nella regione dell’Aveyron), lontano dal mare. Si diede alla vita monastica e compì numerosi pellegrinaggi per mare, giungendo in Scozia, forse in Bretagna, nelle isole Orkney e nelle Shetland. Al suo nome è legata la fondazione di diversi monasteri. Dopo la sua morte, il ricordo dei suoi viaggi venne amplificato dalla tradizione orale e si mescolò alle leggende del folclore celtico. Tra il VI e l’VIII secolo l’Irlanda conobbe un periodo di particolare splendore culturale ed artisti, dotti, monaci elaborarono una nuova cultura, unendo elementi dell’Antichità e del Cristianesimo al vecchio mondo celtico.

La Navigazione di San Brandano (un secondo testo è la Vita Prima Sancti Brendani, la cui prima redazione risalirebbe ai secoli XI-XII, che però racconta un’altra versione del viaggio), se ammettiamo che sia stata scritta in Irlanda, può essere datata, nella sua prima stesura, tra i secoli VII e VIII e mostra la sua appartenenza alla nuova fede, ma, parallelamente, evidenza altri temi di cui è difficile giudicare l’ortodossia:

  • il Paradiso per l’uomo non riguarda solo la Fine dei Tempi, ma bisogna scoprire la sua esistenza già sulla Terra;
  • il mare, concepito dai popoli in modi diversi, è ben “l’Anticamera dell’Aldilà”;
  • è verso l’Ovest che la Terra Promessa sarà raggiunta, e non verso l’Est dove la Bibbia situa l’Eden.

Scritta in latino, da un autore ignoto, probabilmente un ecclesiastico, ebbe larghissima diffusione nel corso di tutto il Medioevo e fu tradotta in molte lingue (anglo-normanno, francese, provenzale antico, catalano, inglese, olandese, vari dialetti germanici e, in Italia, veneziano e toscano).

La navigazione rientra nel genere letterario degli Imram (la narrazione di un viaggio avventuroso per mare, compiuto da uno o più eroi). Il genere era congeniale agli Irlandesi, popolazione isolana in larga parte legata al mare, che potevano così recepire suggestioni tratte dalla cultura classica, dall’Eneide, ad esempio, e forse dall’Odissea.

Navigatio Sancti Brendani

Navigazione di S. Brandano (manoscritto tedesco)San Brandano viene presentato come un monaco-fabbro, una sorta di mago che conosce il potere delle acque, un maestro degli animali, ecc., e questi pochi elementi sono sufficienti per darci indicazioni sul metodo agiografico: ogni immagine serve a esaltare la Creazione ed a rafforzare l’adesione o la conversione dell’uomo a Dio.

Nel primo capitolo, dei trentotto che compongono la Navigazione, viene presentata quella che sarà la meta di Brandano, cioè l’Isola dei Beati, che gli viene descritta dall’abate Barinto, suo ospite (qui troviamo proposto il genere letterario degli Echtrai, nei cui racconti si trovano protagonisti condotti su un’isola avvolta dalla nebbia, dove si trovano le anime dei morti).

I tre capitoli seguenti descrivono la preparazione del viaggio, la scelta dei compagni e la costruzione della nave.

La grande balenaDal capitolo 5 al 35 è narrata la navigazione vera e propria, con i diversi avvenimenti ed incontri: l’Isola dalle alte scogliere, l’Isola delle pecore giganti, la grande balena, il Paradiso degli Uccelli, i vegliardi della comunità di sant’Albeo, l’Isola dei fabbri (l’Inferno), Giuda Iscariota, l’eremita Paolo (episodi nei quali risuonano analogie con i testi degli Imram, elementi tratti dall’Apocalisse o dai testi medievali che descrivono i viaggi in Terra Santa o ancora dall’Eneide, dall’Odissea o dalla mitologia germanica).

San Brandano incontra una sirena (manoscritto tedesco)I capitoli 36 e 37 descrivono di nuovo l’Isola dei beati, con l’approdo, ed il 38 racconta il ritorno in patria e la serena morte del Santo.

L’opera è considerata tra le fonti di ispirazione della Divina Commedia di Dante Alighieri, tanto da far pensare, ad alcuni studiosi, che la demonologia di Dante possa essere stata tratta anche, se non del tutto, da questa antica leggenda (infatti, in essa si parla di angeli caduti, che il protagonista trova sotto le spoglie di uccelli candidissimi, appollaiati sopra di un albero nel Paradiso, poiché spiriti decaduti sì, ma non malvagi, né superbi, colpe per le quali, ad esempio, proprio nella Divina Commedia, Dante li pone come neutrali).

E.A. – V.G.

Viaggi nell’Aldilà – Il Purgatorio di San Patrizio


La Chiesa ha raccolto la tradizione ebraica riguardo al Purgatorio. Gli Ebrei credevano infatti, già dal II sec. a.C., che dopo la morte vi fosse un periodo di purificazione. Per questo, in 2 Maccabei 12,43-45 si afferma che Giuda Maccabeo mandò a Gerusalemme duemila dracme d’argento affinché si offrisse un sacrificio ai caduti in battaglia. Ulteriori riferimenti al Purgatorio sono presenti, poi, anche in altri passi biblici. Nell’Apocalisse, ad esempio, si dice che nell’Aldilà nulla d’impuro entrerà (Ap. 21,27), dunque tutti devono accedere sciolti da ogni peccato e per questo devono purificarsi prima. In 1 Corinzi 3,15 San Paolo afferma che ci si potrà salvare, ma come attraverso il fuoco. Inoltre, Gesù dice chiaramente che vi sono peccati che possono venir perdonati dopo la morte (Mt. 12,32). Sin dall’inizio del Cristianesimo, perciò, si credette sempre in questo periodo di purificazione dopo la morte, anche se un‘idea più articolata del Purgatorio si andò formando tra il III e XII secolo, come evoluzione della credenza, attestata sia nella liturgia che nell’epigrafia funeraria, di poter riscattare certi peccati dopo la morte. Le basi teoriche dell’esistenza del Purgatorio furono gettate da Agostino d’Ippona e da Gregorio Magno, che ne prefigurò l’immaginario con la descrizione delle pene. All’evoluzione dell’idea di un luogo del Purgatorio e delle sue rappresentazioni contribuirono decisamente le descrizioni di visioni o di viaggi nell’Aldilà, che avevano già una lunga tradizione nella letteratura pre-cristiana (come ad esempio la discesa di Ulisse e di Enea nell’Ade). Dapprima trascurati per la volontà della Chiesa di sconfiggere il paganesimo, i racconti di esperienze di viaggi oltremondani fiorirono a partire dal VII secolo, soprattutto in ambiente monastico, dove gli elementi popolari potevano essere filtrati dall’elemento cristiano, ed esplosero infine nei secoli XI e XII. Va comunque ricordato che la concezione cattolica del Purgatorio si realizzò in modo completo solo successivamente e per merito di Dante Alighieri il quale, nella sua opera letteraria “La Divina Commedia” (redatta in un periodo posteriore, tra il 1302 ed il 1321), descrisse la triplice ripartizione in cui egli immaginava fosse diviso l’Aldilà: l’Inferno (luogo di pena eterna), il Purgatorio (luogo di pena passeggera) ed il Paradiso (luogo di premio eterno).

Il Purgatorio di San Patrizio.

II primo accenno al Purgatorio di San Patrizio compare nella Vita del Santo, redatta tra il 1180 ed il 1183 da Jocelyn di Furness.

Secondo il suo racconto, a San Patrizio, che non riusciva a convertire gli Irlandesi, comparve Gesù, il quale gli mostrò una cavità tonda ed oscura, forse un pozzo o una grotta, e gli assicurò che chiunque, dopo essersi purificato dai suoi peccati, avesse trascorso un giorno ed una notte al suo interno avrebbe visto le pene che attendevano i malvagi ed il premio che spettava ai giusti.

Il Santo fece allora recintare la cavità con un muro ed una porta, e ordinò di edificare una chiesa nei dintorni (la tradizione colloca l’episodio nel 445). La chiave della porta fu affidata al priore dei canonici posti a servire la chiesa, il futuro San Dabheog, con la disposizione che tutti i penitenti, che avessero affrontato la prova, avrebbero dovuto, poi, scrivere una relazione su quanto visto.

Jocelyn di Furness collocò il luogo del Purgatorio di San Patrizio sopra un monte del Connaught, nella parte occidentale dell’Irlanda.

Il cavaliere Owen (a sinistra) ascolta gli elenchi dei tormenti del purgatorio dal priore (al centro). Da Le voyage du puys sainct Patrix auquel lieu on voit les peines de Purgatoire et aussi les joyes de Paradis di Claude Noury, Lyon 1506.Il successo internazionale del Purgatorio di San Patrizio si deve, però, all’opera di Henry (i codici non dicono di più sul suo nome), monaco dell’abbazia cistercense di Saltrey. Nel Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii (redatto tra il 1190 e il 1210), Henry di Saltrey narra la storia del cistercense Gilberto, il quale fu inviato in Irlanda ai tempi di re Stefano d’Inghilterra (cioè tra il 1135 e il 1154).

Non conoscendo la lingua di quel paese, il monaco scelse come guida il cavaliere Owein, il quale gli raccontò che, dopo una vita di peccato, fu preso dal pentimento e volle scontare  da vivo la pena che temeva di dover pagare dopo la morte. Perciò, si fece introdurre in un luogo misterioso, passando attraverso una porta rigorosamente sorvegliata da monaci e alla quale non si perveniva se non dietro l’approvazione del vescovo della diocesi locale e del priore della chiesa vicina. Sebbene entrambi lo sconsigliassero di intraprendere la prova – se ci si fosse lasciati sedurre, infatti, dalle tentazioni dei demoni, si sarebbe stati condotti direttamente all’Inferno, senza possibilità di ritorno -, di fronte alla sua ostinazione i due finirono tuttavia per acconsentire, imponendogli un periodo preparatorio di digiuno e preghiera nella chiesa vicina e consigliandolo di invocare il nome di Gesù, qualora non si fosse sentito in grado di reggere fino alla conclusione della prova.

Penetrato infine nella grotta, Owein attraversò vari luoghi di punizione. Dovunque vide i castighi cui erano assoggettate le anime secondo un immaginario cristiano ormai consolidato. Anch’egli ricevette la parte che gli spettava, aggredito, tentato, minacciato e deriso dai demoni che somministravano quelle pene e da quelli che lo conducevano nella “visita”, sempre salvato in extremis dall’invocazione del nome divino.

Giunse infine ad un ponte strettissimo, gettato sopra il fiume infernale di fuoco, che tuttavia si allargava man mano che egli procedeva nel cammino. Superatolo, si trovò in un’amena campagna, di fronte ad un altissimo muro che cingeva una splendida città, che altro non era che il Paradiso Terrestre. Varcata la porta, una processione di santi si fece incontro ad Owein e gli riservò una gioiosa accoglienza nella città divina, mostrandogli le meraviglie di quel luogo di beatitudine.

Dopo tale avventura, purgato d’ogni peccato, il cavaliere tornò all’esterno. Trascorsi quindici giorni di preghiera nella chiesa vicina, egli fece ritorno al mondo, ma l’esperienza l’aveva comunque così colpito che Owein si era poi fatto crociato, recandosi in Terrasanta.

Lough Derg, antica mappa. Isola del Purgatorio di S. Patrizio.Henry di Saltrey non indica il luogo in cui si trovava il Purgatorio di San Patrizio. Però, in una nota a margine di un manoscritto datato alla seconda metà del XIII secolo della Topographia Hibernica di Gerardo di Cambria viene indicato che nell’Ulster si trova un lago con un’isola divisa in due parti, la prima, bella e ricca di giardini, con una chiesa, la seconda, orribile e desolata, con numerosi demoni. Con tutta probabilità si fa riferimento al Lough Dergh (Lacus Derg), nel quale vi sono appunto due isole, la più grande delle quali, Saints’ Island, ospita una chiesa, oggi dedicata proprio a San Patrizio, mentre la seconda, Station Island, è il luogo della porta del “Purgatorio”.

La fama del Purgatorio di san Patrizio si propagò rapidamente nella cristianità grazie a Matteo Paris, che nel XII secolo divulgò il racconto di Henry di Saltrey, e alla poetessa Maria di Francia, che tradusse il testo in francese nell’Espurgatoire Saint Patriz. La storia si diffuse attraverso rifacimenti e versioni in volgare in tutto l’occidente. Il Purgatorio di San Patrizio, poi, figurava spesso nei sermoni dei predicatori, circostanza che contribuì in modo straordinario alla sua fama.

Ulteriori esperienze di viaggio nel Purgatorio.

Lough Derg, oggi.Oltre al racconto del cavaliere Owein, interessanti da menzionare sono almeno altri tre resoconti: quelli del cavaliere Ludovico di Sur, del cavaliere William Lisle e, infine, di Antonio di Giovanni Martini.

La testimonianza, relativa al cavaliere Ludovico di Sur, il quale visitò il Purgatorio il 17 settembre 1358, riferisce che, dopo un periodo preparatorio di preghiera e digiuno, Ludovico fu condotto da dodici monaci in una grotta piuttosto piccola. Trascorsa circa mezz’ora, gli apparve un uomo vestito di bianco, che lo esortò ad iniziare il viaggio. Discese alcune scale, il cavaliere si trovò in un’ampia sala, nella quale tre monaci lo redarguirono per la sua temerarietà e gli prospettarono le tentazioni che avrebbe subito ed i tormenti ai quali avrebbe assistito, contro i quali sarebbe bastato segnarsi tre volte e recitare un passo evangelico. Il racconto prosegue con la descrizione dei tormenti infernali, con la variante, rispetto alla narrazione di Owein, che le tentazioni non furono opera di demoni ma di aggraziate giovani.

Il racconto relativo all’esperienza del cavaliere inglese William Lisle, che era stato in Irlanda nel 1394, riferisce che William era stato rinchiuso con un compagno nella caverna di Station Island per un’intera notte. Durante la discesa era stato avvolto da vapori caldi e s’era addormentato d’un sonno pieno di strani sogni. Ciò lo indusse a ritenere che le “visioni” del luogo non fossero altro che illusioni, dovute alla presenza di gas, che avrebbero determinato uno stato di alterazione di coscienza.

In una lettera, spedita dal fiorentino Antonio di Giovanni Martini ad un concittadino, è descritta l’esperienza di Antonio di discesa nel Purgatorio irlandese, avvenuta nel novembre del 1411. Le fasi della preparazione alla prova sono descritte accuratamente: il digiuno di tre giorni a pane ed acqua, la vestizione con una lunga veste bianca, simile ad un sudario, la recita da parte dei monaci dell’ufficio dei morti sopra il pellegrino disteso supino, la processione intorno alla cappella posta accanto all’ingresso della grotta, il “seppellimento” in uno stretto antro, più simile ad un sepolcro che ad una grotta. Sembrerebbe quasi che questo complesso rituale facesse parte di una tecnica consolidata per alterare lo stato di coscienza del pellegrino, il quale, infatti, riferisce di essersi sentito molto debole e di aver visto cose che non può scrivere o dire se non in confessione. Antonio di Giovanni Martini fu estratto dalla grotta in stato d’incoscienza dopo sole cinque ore.

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: Vedere le Anime

Eccoci ad una nuova pubblicazione, che troverete – ne siamo certi – molto interessante!…

Di cosa ci occuperemo questa volta?  Beh, cercheremo di rispondere alla seguente domanda: “È possibile, anche se solo in determinate circostanze, intravedere l’Anima di qualcuno che ci è accanto?”

‘Vedere le Anime’ (Sony Nex-7 - 105mm, Nov. 2015)Per la risposta, vi lasciamo alle parole di Padre Emidio Alessandrini, frate francescano che, nel corso della sua lunga esperienza di religioso, è stato testimone di numerosi eventi insoliti. Seguendo la sua video-intervista avrete modo di ascoltare, direttamente dalla sua voce, il racconto di alcuni eventi “anomali”, che l’hanno visto imbattersi – con suo grande stupore e, talvolta, anche con un certo disappunto -, invece che nei volti consueti dei suoi interlocutori, in facce mostruose ed in decomposizione, quali manifestazioni tangibili, forse, della condizione delle loro Anime. Con sua grande gioia, in alcune circostanze, però, i volti che gli si sono mostrati dinnanzi erano ricolmi, invece, di una tale bellezza da suscitare in lui la piena convinzione che, in un certo qual modo, il Paradiso fosse stato già intravisto.

Siete curiosi di saperne di più? Allora, andate direttamente alla nostra nuova pagina, cliccando QUI.

Buona visione e non dimenticate di lasciarci, poi, un vostro commento!

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: “Ti amerò oltre la morte” (Novità fotografiche!)

Ebbene, quest’oggi vogliamo ritornare alla nostra pubblicazione “Ti amerò oltre la morte”, di cui ci siamo occupati lo scorso periodo di Pasqua…

Ricordate la bellissima storia d’amore raccontata dalla signora Raffaella Raffaelli, con la quale siamo stati riportati indietro nel tempo di circa otto anni, appena un paio di mesi dopo la morte di Carlo, suo marito? Siamo certi che alcune delle parole della signora Raffaella ancora risuonano dentro di voi, ma forse è meglio ricordare, brevemente, i punti salienti di quanto accadde quel giorno…

Una mattina, Raffaella si trovava al telefono con la sorella, che l’aveva chiamata perché, essendo il 2 novembre, voleva esserle vicino, data la recente perdita. La nipotinatre anni da poco compiuti –, che, trovandosi quel giorno con lei, stava tranquillamente nella sua stanza a giocare, all’improvviso le si presentò accanto, portando un bigliettino ben ripiegato ed insistendo perché lo prendesse. Una volta apertolo, Raffaella si accorse della presenza di una frase scritta a mano, in latino: “TE DILIGERE NON INTERMITTAM” (Non cesserò di amarti). La calligrafia – non ne aveva alcun dubbio! – era proprio quella del suo amato Carlo

Bigliettino - Particolare (Canon EOS 5D + zoom Canon 70-120mm, 2015)Oggi riproponiamo questa storia, dai colori davvero intensi e con un messaggio di speranza che non può lasciare indifferenti, per potervi mostrare, finalmente, le immagini del biglietto portato quel giorno dalla bambina alla signora Raffaella e da lei, da allora in poi, conservato accuratamente dietro la foto del marito.

Bene, se volete vedere le altre fotografie del biglietto ma anche – perché no? – se pensate di voler assaporare nuovamente la tenerezza del racconto della signora Raffaella, cliccate pure qui e potrete accedere direttamente alla pagina “Ti amerò oltre la morte”.

Lasciateci, poi, i vostri commenti!

Buona visione.

E.A. – V.G.

 

News – Aggiornamento del sito: Scelti per voi! (Shabir Ally e le EPM nel contesto islamico)

Eccoci al secondo contributo di “Scelti per voi”!

La Flora (affresco da Villa Arianna, Stabia - I sec. d.C.)

Come per la volta precedente, tratteremo delle Esperienze di Pre-Morte (EPM).

In questa occasione, vi presenteremo un’intervista fatta a Shabir Ally, nella quale l’Imam, presidente dell’Islamic Information and Dawah Centre International di Toronto (Canada), con un dottorato di ricerca in esegesi coranica ed esponente di spicco nel contesto del dialogo inter-religioso a livello internazionale, affronterà il tema delle EPM nell’ambito islamico, offrendo interessanti spunti di riflessione.

Andate alla nostra pagina, cliccando sul seguente link: qui.

Il video che vedrete è stato tratto da una puntata del talk-show settimanale “Let The Quran Speak” (Islamic Information and Dawah Centre International, di Shabir Ally), del 7 gennaio 2013.

A presto!

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: Il tempo era finito… per sempre…

Eccoci giunti alla pubblicazione di un nuovo video al seguente percorso: “Confini” > “Il tempo era finito… per sempre…”!

'Confini' (Todi, con Nikon D600 e obiettivo Angenieux 28-70 mm - 2014)Dopo avervi fatto un po’ attendere, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di pubblicare una nuova intervista di Padre Emidio Alessandrini, nella quale il sacerdote, frate minore francescano, ci racconterà un sogno “particolare” da lui fatto circa 15 anni fa. Si trattò sicuramente di uno di quelli che C. Jung chiama i “grandi sogni”, e di questo ne è sicuro Padre Emidio che non indugia a considerarlo, anche dopo tutti gli anni che sono trascorsi, come una delle pietre miliari della sua vita.

Ma di quale sogno si trattò? Ebbene, possiamo solo anticiparvi che aveva a che fare con l’Aldilà…

Per accedere direttamente alla nuova pagina contenente l’intervista, potete cliccare sul seguente link: “Il tempo era finito… per sempre…”.

Buona visione!

E.A. – V.G.

Il concetto di Aldilà oltre gli oceani del tempo: “la civiltà etrusca”

Qual era la concezione che dell’Aldilà aveva l’antico popolo degli Etruschi?

Questa è la domanda alla quale cercheremo di fornire una puntuale risposta nel corso di questo nostro lavoro, che ci auguriamo riesca, oltre che a catturare la vostra attenzione, anche a fornirvi un quadro relativamente esaustivo e, contestualmente, capace di suscitare in voi il desiderio di approfondire ulteriormente l’argomento.

Prima di iniziare, però, ci preme chiarire il perché di questo nostro articolo, che speriamo possa inaugurare un nuovo filone nell’ambito delle discussioni da noi affrontate nel nostro sito web. Potremmo fornirvi una spiegazione alquanto articolata e ricca di svariati elementi motivazionali, ma preferiamo essere semplici e diretti. Un tema ricorrente, addirittura dominante, e che accomuna, fondamentalmente, tutti i popoli dell’antichità (solo a titolo d’esempio, possiamo menzionare i Sumeri, gli Assiri, i Babilonesi, gli Egiziani, i Greci, i Romani e, ovviamente, gli Etruschi), è l’attenzione riservata alla religione ed al lato spirituale dell’esistenza, con un particolare interesse a ciò che riguarda l’Oltretomba. Ebbene, oggi come ieri questa stessa tematica occupa una posizione altrettanto centrale nell’ambito della nostra esistenza, checché se ne dica. Sarà dunque molto interessante ripercorrere insieme alcuni tratti delle civiltà del passato per poterci poi rivolgere al nostro contesto attuale, forse con una consapevolezza diversa dopo aver attinto alle sorgenti della nostra civiltà.

Ora possiamo iniziare il nostro viaggio indietro nel tempo!

Necropoli etrusca di TarquiniaInnanzitutto, ci preme ricordare che l’usanza di scavare complesse necropoli monumentali nel sottosuolo fu iniziata proprio dagli Etruschi. Infatti prima di loro, in Italia, i morti venivano inceneriti e le loro ceneri erano sepolte, solitamente in una esigua buca nel terreno.

Il mondo del sottosuolo, gli Inferi, per gli antichi corrispondeva al grembo di Madre-Terra e all’Oltretomba. In quel mondo si riteneva si recassero le anime dei defunti per giungere al cospetto delle divinità. I sovrani del reame infero erano una coppia divina: Ade e Persefone, denominati, nella lingua etrusca, Aita e Phersipnai. L’annuale ritorno di Persefone sulla terra, tra i viventi, coincideva con l’inizio della primavera e, in tale occasione, venivano celebrati i “Piccoli Misteri”. I “Grandi Misteri”, invece, erano celebrati a settembre e ricordavano la scomparsa della dea, che discendeva nuovamente nel regno di Ade.

L’intero ciclo simbolico e mitico dei Misteri ruotava intorno al grande mistero della morte e della rinascita. Il principale motivo misterico riguardava l’anima che, attraverso un particolare processo rituale di morte e rinascita, poteva aspirare all’immortalità, dando un superiore significato alla condizione umana, equiparata alla vita divina di déi ed eroi. In questa concezione dell’anima e del suo possibile “risveglio” era racchiusa l’essenza del grande mistero sacro che, ripreso in seguito, ad esempio, da Pitagora, ritroviamo nel cuore del Cristianesimo (un altro aspetto, sicuramente interessante ed in comune con il Cristianesimo, lo ritroviamo nell’iscrizione di Samotracia, dove è ricordata l’usanza praticata dal sacerdote di Cibele di spezzare un pane consacrato e di offrire una bevanda sacra alla persona da iniziare).

Secondo un’idea diffusa nelle antiche terre mediterranee, agli esseri umani non sarebbe appartenuto un solo “Io”, piuttosto un insieme di differenti “Io”. L’essere umano era concepito quale somma di tre principali identità, o “corpi”: il corpo fisico, l’ombra e il demone, o doppio.

Al momento della morte sarebbe avvenuta una separazione delle parti: il corpo fisico decadeva ed era riassorbito dalla terra, mentre veniva rilasciata un’”ombra”, destinata ad un’effimera esistenza nell’Oltretomba o, eventualmente, a rinascere ancora, ma dopo aver bevuto alla “fonte dell’oblio”; il terzo elemento, il demone, per gli antichi Romani era a sua volta composto da varie parti, chiamate Lari (Lares) e Mani (Manes). I Mani erano due per ciascun individuo, uno benefico e l’altro malefico. Con Lare si designava, poi, un’entità collettiva di natura divina.

L’anima, alla morte, sarebbe ritornata presso il proprio Lare, il ceppo originario la cui sede era collocata nel sottosuolo della Madre-Terra. Gli uomini avrebbero avuto, però, la possibilità di un diverso destino. Coloro che avevano riconosciuto il proprio demone, Lare o Mane, e lo avevano trasceso, potevano avere un’anima immortale e godere della stessa vita degli déi, degli eroi e degli iniziati ai Misteri. Per gli altri era inevitabile il continuo re-immettersi nel ciclo della ricorrenza vita-morte-rinascita come inconsapevoli ombre, ignare della trasmigrazione che avevano vissuto.

E’ probabile che il termine etrusco Larth sia all’origine del latino Lares. Il Larth etrusco era il re-sacro, la prima autorità cui ubbidivano i dodici Lucumoni e cui spettava il potere supremo. Il culto degli antenati (Lari), le cui anime vivevano nel sottosuolo al cospetto degli déi della terra, divenne il principale culto degli Etruschi e dei Romani. Conseguenza diretta fu l’edificazione di vaste e monumentali città dei morti, le necropoli, realizzate secondo una concezione magica: le forze di cielo e terra si univano in una magica congiunzione che permetteva all’anima del defunto di compiere adeguatamente il suo lungo viaggio. Le necropoli erano frequentate assiduamente e vi si svolgevano, infatti, banchetti accompagnati da musiche, danze e rituali, con offerte per i morti e per le divinità (latte, miele, vino ed altro ancora erano versati sulla terra, sui cippi e sulle are).

'L’Ombra della sera' - III sec. a.C., Volterra, Museo Etrusco «Guarnacci»Gli antichi ritenevano che nell’esperienza della morte vi fosse un fondamentale problema di “distacco”: la parte terrena di un individuo, la sua “ombra”, poteva ostacolare l’anima nella difficile separazione dal corpo fisico. Gli oggetti funerari, così come gli incredibili affreschi nelle tombe, avevano, quindi, proprio lo scopo di attrarre l’ombra e far sì che lasciasse la sua presa sull’anima spirituale. Un’interessante raffigurazione dell’ombra la si ritrova nei celebri bronzetti etruschi chiamati “ombre della sera”: esili e oblunghe figure dai tratti adolescenziali, evanescenti e gravi.

Tra le divinità del pantheon etrusco, vale la pena ricordare la giovane dea Vanth (ispirata alla Moira greca). Aveva grandi ali, una fiaccola per illuminare l’oscurità mentre accompagnava le anime nel difficile passaggio nell’Aldilà, e simboleggiava il destino, il fato implacabile. Su di lei non si sa molto di più, oltre al fatto che avesse il ruolo di “accompagnatrice di anime” (per i Romani questo compito era affidato a Mercurio, Hermes “psicopompo” per i Greci).

Mostruosi personaggi raffigurati spesso nei sepolcri etruschi, con la funzione  di sorvegliare e proteggere il sepolcro, erano:

  • il demone Charun (il greco Caronte), che era un umanoide semibestiale armato di martello;
  • l’orrido Tuchulcha, che aveva il viso d’avvoltoio, orecchie d’asino e utilizzava i serpenti come armi offensive.

Preziose rappresentazioni dell’Oltretomba etrusco sono arrivate sino a noi grazie alle tombe di Tarquinia. Tra i vari, vogliamo ricordare in particolare due ipogei che, a nostro avviso, meglio possono fornirci informazioni utili alla nostra trattazione.

Tomba dei Caronti

“La Porta” (“Tomba dei Caronti”, Necropoli etrusca di Tarquinia. Usata Nikon D-70 con zoom Nikon 50-70mm, 2011)Scoperta nel 1960, questa tomba costituisce un ottimo esempio di ipogeo ellenistico del tipo “a due livelli e con vestibolo”: il vano superiore (vestibolo), utilizzato per le cerimonie di culto, e le due camere funerarie (poste ad un livello più basso) accessibili con scale che partono dal pavimento del vestibolo stesso. Sulle pareti di fondo e di destra del vestibolo sono raffigurate due finte porte (simbolico ingresso dell’Aldilà), con i dettagli dell’intelaiatura lignea e delle borchie metalliche.

Ciascuna delle porte ha ai lati due Caronti alati, demoni etruschi della morte, custodi dell’Ade, vestiti di corti gonnellini e con diversi accessori: martelli, asce e serpenti. Accanto ad ogni figura, un’iscrizione dipinta indica il nome del demone Caronte accompagnato da un diverso appellativo che, evidentemente, ne distingueva la particolare funzione, purtroppo a noi non nota.

Tomba 5636

“Davanti alla Soglia” (“Tomba 5636”, Necropoli etrusca di Tarquinia. Usata Nikon D-70 con zoom Nikon 50-70mm, 2011)Questo sepolcro risale alla seconda metà del III secolo a.C. e presenta notevoli diversità con quelli di epoca precedente. Il soffitto è piatto e non a spiovente, e la parte pittorica è limitata alla sola parete di destra ed al pilastro centrale (qui è raffigurato un Caronte alato). Sulla parete laterale è presente una scena di particolare interesse: un defunto si prepara a varcare la porta dell’Aldilà, accompagnato dalla dea Vanth che, con la mano destra sulla sua spalla sinistra, con l’altra mano impugna una torcia; la porta è custodita da Caronte che sta seduto, e al centro della scena si trovano due uomini ed un bambino, forse parenti morti in precedenza, rappresentati nell’atto di accogliere il defunto e di indicargli la direzione della porta dell’Aldilà.

Qualche riflessione

Oltre alle due somiglianze, già indicate nel corso della trattazione, tra mondo etrusco e Cristianesimo (“risveglio” dell’anima; celebrazione con pane spezzato e bevanda sacra offerta all’iniziato), riteniamo interessante soffermarci su un altro aspetto per il quale esistono evidenti affinità, lasciando a voi, invece, possibili riflessioni sulle altre somiglianze che abbiate potuto cogliere.

Ebbene, a quale aspetto ci stiamo riferendo?

L’Aldilà è un luogo nettamente separato dal nostro mondo ed i demoni etruschi, che si trovano a guardia del suo accesso, ce ne danno un’immagine decisamente eloquente. Anche per noi i due mondi sono ben distinti e separati, sebbene possano entrare, in determinate circostanze, parzialmente e temporaneamente in contatto. Stiamo pensando infatti, oltre che alle Esperienze di Pre-Morte, durante le quali il mondo dell’Aldilà o, più spesso, del pre-Aldilà è meta di un breve viaggio da parte di chi è stato dato praticamente per morto e che, invece, ritorna poi in vita, anche alle numerose testimonianza di persone che, anch’esse in prossimità della morte, dichiarano di essere state visitate dai loro cari defunti. Ebbene, in entrambe queste casistiche la soglia tra i due mondi può divenire un luogo privilegiato per l’incontro con coloro che ci hanno preceduto; in alcuni casi, i nostri cari sopraggiungono per accompagnarci nella fase di passaggio, in altri essi vengono per fermarci e spingerci a tornare indietro. Tutto questo lo possiamo ritrovare, in un’ottima sintesi per immagini, nella raffigurazione della già menzionata tomba 5636 di Tarquinia. In essa, infatti, possiamo cogliere proprio questa duplice tipologia di esperienza, nella quale l’incontro con i nostri antenati avviene in prossimità della porta del mondo dell’Oltretomba, sorvegliata dal demone Caronte. L’anima del defunto è accompagnata dalla dea Vanth, munita di torcia, ma è certamente l’incontro con i suoi cari a “illuminare” il momento del suo passaggio.

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: Scelti per voi! (Abbeé De Robert)

Eccoci al primo contributo di “Scelti per voi”!

Come vi abbiamo anticipato qualche giorno fa, inizieremo dalle Esperienze di Pre-Morte 
La Flora (particolare di affresco da Villa Arianna, Stabia, I sec. d.C.) (EPM), raccontandovi l’esperienza di un sacerdote francese, Abbeé De Robert, un figlio spirituale di Padre Pio.

Il tutto accadde durante la guerra d’Algeria, tra il 1954 ed il 1962. Cosa avvenne di preciso?

Andate alla nostra pagina, cliccando sul seguente link: qui

Il video che vedrete è stato tratto da una puntata di “Porta a Porta” (di B. Vespa) del marzo 2009, andata in onda su RAI1 in occasione della Beatificazione di Padre Pio.

A presto!

E.A. – V.G.

 

News – Aggiornamento del sito

Abbiamo appena pubblicato la nuova pagina “Risveglio di facoltà sepolte” al seguente percorso: “Ritornati dall’Aldilà” > “Un bellissimo giardino”.

Ebbene, sì! Si tratta proprio della prima Esperienza di Pre-Morte (c.d. EPM) da noi documentata e rilasciata in questo sito! Non perdete tempo e andate a seguire l’interessante video-intervista fatta alla signora Gabriella Magrini, di Roma.

'Cimitero inglese a Roma' (Canon EOS 5D + Zoom Canon 24-105 mm - Gennaio 2014)L’esperienza da lei vissuta numerosi anni fa vi lascerà interdetti! Qualcuno sarà certamente portato a concludere: “Beh, interessante però… si tratta, pur sempre, solo della sua parola!… Non ci sono prove del suo viaggio nell’Aldilà!…” Ognuno è libero, ovviamente, di pensarla come preferisce ma il nostro invito è di non chiudersi alla possibilità di considerare invece, anche solo per un momento, che tutto ciò – così come per numerosi altri racconti della specie, ampiamente documentati in giro per il mondopossa essere realmente accaduto… Quale ne sarebbe l’indizio principale? Al di là delle capacità “anomale” risvegliatesi, da quel momento in poi, nella signora Gabriella, forse proprio il fatto che il ricordo di quell’evento, a distanza di più di 40 anni, sia ancora così lucido – come se solo ieri si fosse verificato -, tanto vivo  da essere capace di far emozionare la nostra narratrice, come solo sanno fare i grandi eventi della nostra vita…

Che altro aggiungere?… Godetevi la nuova video-intervista e lasciateci, alla fine, un vostro commento, così sapremo cosa ne pensate.

Buona visione!

E.A. – V.G.