News – Aggiornamento del sito: “Santa ‘Ddora Cacate e magia popolare a Mentana”


Vogliamo innanzitutto scusarci con voi per il tempo trascorso dalla nostra ultima pubblicazione, vedrete, però, che la vostra pazienza sarà ampiamente ripagata!…

Ebbene, che cosa andremo a mettere sul tavolo questa volta?

Si tratterà di una video-intervista che – ne siamo certi! – troverete anche voi davvero appassionante: “Santa ‘Ddora Cacate e magia popolare a Mentana” (per l’accesso diretto alla nuova pagina, cliccate QUI). Sarà non solo il racconto di un sogno inconsueto, ma anche un’indagine a tutto campo su un mondo – qual è quello della magia popolare – poi non così lontano da noi, ed il tutto con una scelta di montaggio dal ritmo incalzante…

Sig.ra Valentina RaffaelliSi tratterà, inoltre, della prima intervista della signora Valentina Raffaelli che andremo a pubblicare dopo che lo scorso novembre, a conclusione di una relativamente breve malattia, Valentina è ritornata a quella Patria Celeste cui, nella sua lunga (quasi 93 anni) e fruttuosa vita (2 figli, 3 nipoti, 10 pronipoti), ha sempre guardato con grandi speranza e tenacia fino all’ultimo, specialmente nel corso di tutte le numerose prove che l’hanno sempre accompagnata negli anni. Ci piace ricordarla proprio così come la vedrete in questa video-intervista, forte e fiera nelle proprie convinzioni, ma pur sempre ricolma di quella longanimità che in definitiva, sotto la scorza un po’ ruvida del tempo, ha sempre dimostrato agli altri, famigliari e non. Quale ricordo, più di ogni altro, ci resterà di lei, elemento visibile, di fatto, che emerge prepotentemente da tutte le video-interviste – già pubblicate o non ancora – che abbiamo realizzato su tutti quei “fatti anomali” che le sono accaduti negli anni? Certamente, ci piace pensare alla sua immensa curiosità per l’insolito, il prodigioso, il soprannaturale, di cui mai si è saziata abbastanza, e che ha contribuito sicuramente al nostro interesse di oggi per la ricerca in questo ambito di confine che, purtroppo, continua ad essere relegato a “terra incognita”. Adesso, cara Valentina, potrai godere appieno proprio di quella “dimensione spirituale” che durante la tua vita, nonostante l’indubbia abbondanza di eventi inconsueti che ti sono capitati, hai potuto, comunque, solo intravedere attraverso quelle fessure che, di tanto in tanto, si aprono sul velo che separa la nostra dimensione dell’esistenza da quella che ci attende.

Grazie di tutto, cara mamma e nonna!…               

E.A. – V.G.

I cani: possibili strumenti dell’“insolito”! (parte terza)


Statua di Don Bosco ed il GrigioA circa 4 mesi dal nostro ultimo articolo sull’argomento (per chi volesse rileggerlo, l’accesso diretto è possibile cliccando QUI) e, più o meno, ad 1 anno e mezzo dal nostro primo lavoro in merito all’affascinate questione dei cani quali possibili strumenti dell’”insolito” (per chi volesse rileggere la nostra prima pubblicazione, è possibile l’accesso diretto cliccando QUI), abbiamo ritenuto che fosse il caso di ritornare sull’esperienza di Don Bosco con il Grigio, per fornirvi ulteriori, interessanti informazioni.

Aspettate un attimo! Ricordate quale sia stata la storia che ci ha offerto lo spunto per affrontare la tematica dei fenomeni miracolosi collegati alla presenza di cani e ritrovati nell’aneddotica della vita di alcuni Santi? Tutto è partito dal racconto del Sig. Mario Ritaldi di Roma. Qualora voleste gustare nuovamente o per la prima volta la sua video-intervista prima di continuare con la lettura di questo nostro nuovo articolo, cliccate pure QUI.

Ebbene, adesso possiamo cominciare!

«Ho accarezzato il Grigio».

Sig. Renato CelatoRenato Celato, un salesiano, autista fidato e discreto di quattro Rettori Maggiori, fu testimone di un “misterioso” incontro.

Era il maggio del 1959 e l’urna contenente il corpo di Don Bosco, viaggiando, in incognito, su un furgone speciale da Roma verso Torino, fece una sosta a La Spezia, nella chiesa di Nostra Signora della Neve…

Che cosa ricorda del misterioso cane che vide accanto all’urna di don Bosco?

Ho potuto vedere, toccare, accarezzare quel misterioso cane. Era il 5 o il 6 di maggio del 1959, dopo l’inaugurazione del grande tempio di Cinecittà. Eravamo di ritorno da Roma con l’urna di don Bosco. L’urna era rimasta a Roma vari giorni. Era venuto ad onorarla anche Papa Giovanni XXIII… L’urna di don Bosco rimase due giorni in San Pietro, intanto che si facevano le pratiche burocratiche per il viaggio di ritorno a Torino… Arrivammo a La Spezia verso le sette invece che alle quattro. Il confratello sacrista, signor Bodrato, aveva aperto Il Grigio steso (generale e particolare)le porte della Chiesa alle quattro e mezzo e aveva visto questo cane accovacciato davanti alla porta e gli aveva rifilato un calcio per mandarlo via. Senza reagire, il cane si era ritirato in disparte ed aveva aspettato l’arrivo dell’urna.

Quando siamo arrivati, abbiamo portato l’urna in chiesa e l’abbiamo appoggiata su un bancone dei falegnami, il cane ci ha seguiti e si è accoccolato sotto l’urna. Lì per lì nessuno ci ha badato. Poi quando incominciò ad arrivare la gente e iniziarono le Messe e le funzioni, il direttore si preoccupò e disse ai carabinieri: “Mandate via questa bestia che sta sotto l’urna!”. Ma non ci riuscirono. Il cane digrignava i denti e sembrava arrabbiato. Rimase là fino a mezzogiorno. A quell’ora chiusero la chiesa. Il cane uscì e cominciò a gironzolare tra i ragazzi in cortile. I ragazzi naturalmente erano felici di averlo in mezzo a loro: lo accarezzavano, gli tiravano la coda. Mi unii anch’io a loro.

Andammo a pranzo. C’erano l’ispettore, tutti i direttori dell’ispettoria, i novizi e i confratelli che erano riusciti ad entrare. La sala da pranzo era al piano superiore. Durante il pranzo vedemmo questo cane che tranquillamente spinse la porta con le zampe anteriori ed entrò. Cominciò a gironzolare tra le tavole. Don Puddu, segretario del Consiglio Superiore, gli sferrò un calcio, ma il cane non si scompose e continuò a passeggiare. Gli offrirono pane, prosciutto, salame. Annusava in segno di gradimento, ma non toccò niente. Rimase lì per tutto il pranzo. Poco prima della preghiera finale, aprì di nuovo la porta da solo ed uscì.

Il Grigio steso (particolare)Verso le quattordici, tornammo in chiesa per ripartire, perché il viaggio era ancora lungo. Il cane era di nuovo accovacciato sotto l’urna. Come aveva fatto a entrare? La chiesa aveva le porte sbarrate, com’è facile immaginare.

Caricammo la pesantissima urna sul furgone e il cane era ancora lì in mezzo a noi. Ho lasciato in archivio una fotografia che documenta quel momento.

Partimmo per Genova Sampierdarena, passando per il valico del Turchino. Non c’era l’autostrada allora. Don Giraudi, che era in macchina con me, mi diceva ogni tanto: “Sta attento, guarda un po’ se c’è il cane!” C’era. Sempre dietro il nostro furgone, anche in città. Lo vidi ancora fino al terzo tornante della salita. Poi scomparve.

E.A. – V.G.

Copertina del Bollettino Salesiano (Aprile 2016)Intervista tratta dal Bollettino Salesiano dell’Aprile 2016 (Anno CXL, n. 4)
“Ho accarezzato il Grigio” – Incontro con il signor Renato Celato (pagg. 10-13), a cura dell’inviato Jesus Jurado

Viaggi nell’Aldilà – Il Purgatorio di San Patrizio


La Chiesa ha raccolto la tradizione ebraica riguardo al Purgatorio. Gli Ebrei credevano infatti, già dal II sec. a.C., che dopo la morte vi fosse un periodo di purificazione. Per questo, in 2 Maccabei 12,43-45 si afferma che Giuda Maccabeo mandò a Gerusalemme duemila dracme d’argento affinché si offrisse un sacrificio ai caduti in battaglia. Ulteriori riferimenti al Purgatorio sono presenti, poi, anche in altri passi biblici. Nell’Apocalisse, ad esempio, si dice che nell’Aldilà nulla d’impuro entrerà (Ap. 21,27), dunque tutti devono accedere sciolti da ogni peccato e per questo devono purificarsi prima. In 1 Corinzi 3,15 San Paolo afferma che ci si potrà salvare, ma come attraverso il fuoco. Inoltre, Gesù dice chiaramente che vi sono peccati che possono venir perdonati dopo la morte (Mt. 12,32). Sin dall’inizio del Cristianesimo, perciò, si credette sempre in questo periodo di purificazione dopo la morte, anche se un‘idea più articolata del Purgatorio si andò formando tra il III e XII secolo, come evoluzione della credenza, attestata sia nella liturgia che nell’epigrafia funeraria, di poter riscattare certi peccati dopo la morte. Le basi teoriche dell’esistenza del Purgatorio furono gettate da Agostino d’Ippona e da Gregorio Magno, che ne prefigurò l’immaginario con la descrizione delle pene. All’evoluzione dell’idea di un luogo del Purgatorio e delle sue rappresentazioni contribuirono decisamente le descrizioni di visioni o di viaggi nell’Aldilà, che avevano già una lunga tradizione nella letteratura pre-cristiana (come ad esempio la discesa di Ulisse e di Enea nell’Ade). Dapprima trascurati per la volontà della Chiesa di sconfiggere il paganesimo, i racconti di esperienze di viaggi oltremondani fiorirono a partire dal VII secolo, soprattutto in ambiente monastico, dove gli elementi popolari potevano essere filtrati dall’elemento cristiano, ed esplosero infine nei secoli XI e XII. Va comunque ricordato che la concezione cattolica del Purgatorio si realizzò in modo completo solo successivamente e per merito di Dante Alighieri il quale, nella sua opera letteraria “La Divina Commedia” (redatta in un periodo posteriore, tra il 1302 ed il 1321), descrisse la triplice ripartizione in cui egli immaginava fosse diviso l’Aldilà: l’Inferno (luogo di pena eterna), il Purgatorio (luogo di pena passeggera) ed il Paradiso (luogo di premio eterno).

Il Purgatorio di San Patrizio.

II primo accenno al Purgatorio di San Patrizio compare nella Vita del Santo, redatta tra il 1180 ed il 1183 da Jocelyn di Furness.

Secondo il suo racconto, a San Patrizio, che non riusciva a convertire gli Irlandesi, comparve Gesù, il quale gli mostrò una cavità tonda ed oscura, forse un pozzo o una grotta, e gli assicurò che chiunque, dopo essersi purificato dai suoi peccati, avesse trascorso un giorno ed una notte al suo interno avrebbe visto le pene che attendevano i malvagi ed il premio che spettava ai giusti.

Il Santo fece allora recintare la cavità con un muro ed una porta, e ordinò di edificare una chiesa nei dintorni (la tradizione colloca l’episodio nel 445). La chiave della porta fu affidata al priore dei canonici posti a servire la chiesa, il futuro San Dabheog, con la disposizione che tutti i penitenti, che avessero affrontato la prova, avrebbero dovuto, poi, scrivere una relazione su quanto visto.

Jocelyn di Furness collocò il luogo del Purgatorio di San Patrizio sopra un monte del Connaught, nella parte occidentale dell’Irlanda.

Il cavaliere Owen (a sinistra) ascolta gli elenchi dei tormenti del purgatorio dal priore (al centro). Da Le voyage du puys sainct Patrix auquel lieu on voit les peines de Purgatoire et aussi les joyes de Paradis di Claude Noury, Lyon 1506.Il successo internazionale del Purgatorio di San Patrizio si deve, però, all’opera di Henry (i codici non dicono di più sul suo nome), monaco dell’abbazia cistercense di Saltrey. Nel Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii (redatto tra il 1190 e il 1210), Henry di Saltrey narra la storia del cistercense Gilberto, il quale fu inviato in Irlanda ai tempi di re Stefano d’Inghilterra (cioè tra il 1135 e il 1154).

Non conoscendo la lingua di quel paese, il monaco scelse come guida il cavaliere Owein, il quale gli raccontò che, dopo una vita di peccato, fu preso dal pentimento e volle scontare  da vivo la pena che temeva di dover pagare dopo la morte. Perciò, si fece introdurre in un luogo misterioso, passando attraverso una porta rigorosamente sorvegliata da monaci e alla quale non si perveniva se non dietro l’approvazione del vescovo della diocesi locale e del priore della chiesa vicina. Sebbene entrambi lo sconsigliassero di intraprendere la prova – se ci si fosse lasciati sedurre, infatti, dalle tentazioni dei demoni, si sarebbe stati condotti direttamente all’Inferno, senza possibilità di ritorno -, di fronte alla sua ostinazione i due finirono tuttavia per acconsentire, imponendogli un periodo preparatorio di digiuno e preghiera nella chiesa vicina e consigliandolo di invocare il nome di Gesù, qualora non si fosse sentito in grado di reggere fino alla conclusione della prova.

Penetrato infine nella grotta, Owein attraversò vari luoghi di punizione. Dovunque vide i castighi cui erano assoggettate le anime secondo un immaginario cristiano ormai consolidato. Anch’egli ricevette la parte che gli spettava, aggredito, tentato, minacciato e deriso dai demoni che somministravano quelle pene e da quelli che lo conducevano nella “visita”, sempre salvato in extremis dall’invocazione del nome divino.

Giunse infine ad un ponte strettissimo, gettato sopra il fiume infernale di fuoco, che tuttavia si allargava man mano che egli procedeva nel cammino. Superatolo, si trovò in un’amena campagna, di fronte ad un altissimo muro che cingeva una splendida città, che altro non era che il Paradiso Terrestre. Varcata la porta, una processione di santi si fece incontro ad Owein e gli riservò una gioiosa accoglienza nella città divina, mostrandogli le meraviglie di quel luogo di beatitudine.

Dopo tale avventura, purgato d’ogni peccato, il cavaliere tornò all’esterno. Trascorsi quindici giorni di preghiera nella chiesa vicina, egli fece ritorno al mondo, ma l’esperienza l’aveva comunque così colpito che Owein si era poi fatto crociato, recandosi in Terrasanta.

Lough Derg, antica mappa. Isola del Purgatorio di S. Patrizio.Henry di Saltrey non indica il luogo in cui si trovava il Purgatorio di San Patrizio. Però, in una nota a margine di un manoscritto datato alla seconda metà del XIII secolo della Topographia Hibernica di Gerardo di Cambria viene indicato che nell’Ulster si trova un lago con un’isola divisa in due parti, la prima, bella e ricca di giardini, con una chiesa, la seconda, orribile e desolata, con numerosi demoni. Con tutta probabilità si fa riferimento al Lough Dergh (Lacus Derg), nel quale vi sono appunto due isole, la più grande delle quali, Saints’ Island, ospita una chiesa, oggi dedicata proprio a San Patrizio, mentre la seconda, Station Island, è il luogo della porta del “Purgatorio”.

La fama del Purgatorio di san Patrizio si propagò rapidamente nella cristianità grazie a Matteo Paris, che nel XII secolo divulgò il racconto di Henry di Saltrey, e alla poetessa Maria di Francia, che tradusse il testo in francese nell’Espurgatoire Saint Patriz. La storia si diffuse attraverso rifacimenti e versioni in volgare in tutto l’occidente. Il Purgatorio di San Patrizio, poi, figurava spesso nei sermoni dei predicatori, circostanza che contribuì in modo straordinario alla sua fama.

Ulteriori esperienze di viaggio nel Purgatorio.

Lough Derg, oggi.Oltre al racconto del cavaliere Owein, interessanti da menzionare sono almeno altri tre resoconti: quelli del cavaliere Ludovico di Sur, del cavaliere William Lisle e, infine, di Antonio di Giovanni Martini.

La testimonianza, relativa al cavaliere Ludovico di Sur, il quale visitò il Purgatorio il 17 settembre 1358, riferisce che, dopo un periodo preparatorio di preghiera e digiuno, Ludovico fu condotto da dodici monaci in una grotta piuttosto piccola. Trascorsa circa mezz’ora, gli apparve un uomo vestito di bianco, che lo esortò ad iniziare il viaggio. Discese alcune scale, il cavaliere si trovò in un’ampia sala, nella quale tre monaci lo redarguirono per la sua temerarietà e gli prospettarono le tentazioni che avrebbe subito ed i tormenti ai quali avrebbe assistito, contro i quali sarebbe bastato segnarsi tre volte e recitare un passo evangelico. Il racconto prosegue con la descrizione dei tormenti infernali, con la variante, rispetto alla narrazione di Owein, che le tentazioni non furono opera di demoni ma di aggraziate giovani.

Il racconto relativo all’esperienza del cavaliere inglese William Lisle, che era stato in Irlanda nel 1394, riferisce che William era stato rinchiuso con un compagno nella caverna di Station Island per un’intera notte. Durante la discesa era stato avvolto da vapori caldi e s’era addormentato d’un sonno pieno di strani sogni. Ciò lo indusse a ritenere che le “visioni” del luogo non fossero altro che illusioni, dovute alla presenza di gas, che avrebbero determinato uno stato di alterazione di coscienza.

In una lettera, spedita dal fiorentino Antonio di Giovanni Martini ad un concittadino, è descritta l’esperienza di Antonio di discesa nel Purgatorio irlandese, avvenuta nel novembre del 1411. Le fasi della preparazione alla prova sono descritte accuratamente: il digiuno di tre giorni a pane ed acqua, la vestizione con una lunga veste bianca, simile ad un sudario, la recita da parte dei monaci dell’ufficio dei morti sopra il pellegrino disteso supino, la processione intorno alla cappella posta accanto all’ingresso della grotta, il “seppellimento” in uno stretto antro, più simile ad un sepolcro che ad una grotta. Sembrerebbe quasi che questo complesso rituale facesse parte di una tecnica consolidata per alterare lo stato di coscienza del pellegrino, il quale, infatti, riferisce di essersi sentito molto debole e di aver visto cose che non può scrivere o dire se non in confessione. Antonio di Giovanni Martini fu estratto dalla grotta in stato d’incoscienza dopo sole cinque ore.

E.A. – V.G.

I cani: possibili strumenti dell’“insolito”! (parte seconda)


A distanza di poco più di un anno da quando abbiamo pubblicato il nostro primo articolo sull’argomento (per chi volesse rileggere la nostra prima pubblicazione, è possibile l’accesso diretto cliccando QUI), abbiamo pensato di riprendere uno dei quattro esempi che allora vi abbiamo presentato e fornirvene un approfondimento. Riproporremo l’esperienza di Don Bosco con il Grigio!

‘Don Bosco ed il Grigio’, disegno di Andrea F. PhillipsPrima di cominciare, però, consentiteci di ricordare quale sia stato lo spunto che, allora come oggi, ci ha condotto ad affrontare la tematica dei fenomeni miracolosi collegati alla presenza di cani e ritrovati nell’aneddotica della vita di alcuni Santi. Ebbene, l’occasione ci è stata offerta dal racconto del Sig. Mario Ritaldi di Roma. Potrebbe essere interessante, quindi, andare a rivedere la sua video-intervista prima di continuare con la lettura (per un accesso diretto, cliccate pure QUI).

E adesso iniziamo pure con la nostra storia!

L’urna di Don Bosco ed il “cane grigio”

Il racconto che segue è frutto di quanto narrato da Don Tiburzio Lupo che, direttore della Casa salesiana di Livorno, fu testimone diretto degli eventi. Don Tiburzio è morto, ormai centenario, nel 2001 presso la Casa Madre di Torino.

Era il maggio del 1959. L’urna contenente il corpo di Don Bosco doveva viaggiare su un furgone speciale alla volta di Roma e, poi, da Roma verso Torino, il tutto in incognito, ed anche le soste obbligate, dato il lungo percorso, dovevano essere tenute completamente segrete. Don Tiburzio, però, era deciso a far fermare l’urna di Don Bosco a La Spezia, e per questo doveva convincere il confratello Don Giraudi, coordinatore del viaggio. Dopo le molte insistenze, Don Giraudi cedette alla richiesta. Le modalità della sosta sarebbero state le seguenti: a) l’urna, proveniente da Livorno, sarebbe giunta a La Spezia verso le 5:30 del 12 maggio, in forma segretissima; b) i confratelli ed i giovani del convitto avrebbero avuto il permesso di vedere Don Bosco; c) si sarebbe ripartiti nella stessa mattinata per Sampierdarena, ultima tappa prima del rientro a Torino.

‘Chiesa di Nostra Signora della Neve’, La SpeziaIl 12 maggio Don Tiburzio ed alcuni confratelli si alzarono di buon ora, e si recarono in viale Garibaldi, di fronte alla chiesa di Nostra Signora della Neve, in attesa del sospirato arrivo dell’urna di Don Bosco. A questo punto ebbe inizio la storia del “cane grigio”.

Un cane, mezzo lupo e con il pelo di color grigio, si avvicinò a due dei confratelli in attesa, ed iniziò a gironzolare intorno a loro. Cercarono di cacciarlo via, anche usando qualche sasso, ma il cane si spostò soltanto, fermandosi dove si trovavano Don Tiburzio, Don Oliva ed una signora, che teneva un bambino per mano. Don Oliva, che stava seduto su una panchina, iniziò ad accarezzarlo ed il cane si accovacciò accanto a lui, poggiando la testa sulle sue ginocchia.

Il furgone, con tutta la scorta al seguito, finalmente arrivò, anche se con un’ora di ritardo sul programma. Don Giraudi, dopo richieste insistenti da parte di Don Tiburzio, accettò di far trasportare l’urna in chiesa, permettendone la venerazione da parte dei convenuti. Per la precisione, l’urna fu posta nel presbiterio, su di un solido tavolo, illuminata da alcuni riflettori e visibile da ogni parte della chiesa.

Poco meno di un’ora dopo, la chiesa era piena di fedeli accorsi a venerare le spoglie di Don Bosco, e le persone continuarono ad aumentare, tanto che, verso le ore 8:00, si dovette far intervenire la forza pubblica per regolare l’afflusso dei fedeli e tenere l’ordine.

‘Il Grigio accovacciato’, disegno di Andrea F. PhillipsIntanto, era capitato un fatto decisamente particolare. Durante la Messa delle 7:30, presieduta da Don Giraudi, qualcuno dei fedeli informò Don Tiburzio che un cane si era accovacciato sui gradini della balaustra, proprio dalla parte dell’urna, ed impediva ai fedeli di avvicinarsi ad essa. Dopo il tentativo di portarlo via di là, il cane – quel cane ricordava proprio quello visto durante l’attesa dell’arrivo dell’urna di Don Bosco – andò addirittura ad accovacciarsi sotto il tavolo sul quale poggiava l’urna. Nessuno dei presenti ebbe a lamentarsene ed il cane poté rimanersene quieto, sotto quel tavolo, per tutta la durata della Messa.

Terminata la Celebrazione, Don Tiburzio rientrò in sacrestia per accompagnare Don Giraudi a fare colazione. All’improvviso giunse quel cane che, tranquillo e scodinzolante, li seguì verso il refettorio. Don Tiburzio cercò di cacciarlo via ma Don Giraudi allora intervenne sorridendo: “Lascialo stare… Chissà che non sia il Grigio di Don Bosco!”

In refettorio il cane si accovacciò sotto il tavolo, tra i piedi di Don Giraudi, rifiutando qualsiasi cibo che gli venisse offerto: pane burrato, formaggio, salame. Tutti i presenti ne rimasero colpiti perché, se si fosse trattato di un cane randagio, non avrebbe certamente rifiutato di mangiare.

Terminata la colazione, Don Giraudi si andò a riposare, e Don Tiburzio prese, quindi, il cane per la collottola e lo portò in cortile. Lì i giovani, che avevano partecipato alla Messa di Don Giraudi e che si trovavano in ricreazione, non appena scorsero il cane gli si raccolsero attorno per accarezzarlo. Anche in questa occasione, però, il cane si rifiutò di mangiare quello che i ragazzi gli offrivano.

Suonata la campanella della scuola, il cane fu portato in portineria. Qui si accucciò mogio, mogio ed il portinaio, visto che si rifiutava di muoversi, lo lasciò lì tranquillo. Verso le 10:00, però, passò il sig. Basilio, il factotum della casa, prese il cane per la collottola e, senza tanti complimenti, lo trascinò fuori dalla struttura e chiuse la porta. Il cane, dopo quel giorno, non fu più visto.

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: Vedere le Anime

Eccoci ad una nuova pubblicazione, che troverete – ne siamo certi – molto interessante!…

Di cosa ci occuperemo questa volta?  Beh, cercheremo di rispondere alla seguente domanda: “È possibile, anche se solo in determinate circostanze, intravedere l’Anima di qualcuno che ci è accanto?”

‘Vedere le Anime’ (Sony Nex-7 - 105mm, Nov. 2015)Per la risposta, vi lasciamo alle parole di Padre Emidio Alessandrini, frate francescano che, nel corso della sua lunga esperienza di religioso, è stato testimone di numerosi eventi insoliti. Seguendo la sua video-intervista avrete modo di ascoltare, direttamente dalla sua voce, il racconto di alcuni eventi “anomali”, che l’hanno visto imbattersi – con suo grande stupore e, talvolta, anche con un certo disappunto -, invece che nei volti consueti dei suoi interlocutori, in facce mostruose ed in decomposizione, quali manifestazioni tangibili, forse, della condizione delle loro Anime. Con sua grande gioia, in alcune circostanze, però, i volti che gli si sono mostrati dinnanzi erano ricolmi, invece, di una tale bellezza da suscitare in lui la piena convinzione che, in un certo qual modo, il Paradiso fosse stato già intravisto.

Siete curiosi di saperne di più? Allora, andate direttamente alla nostra nuova pagina, cliccando QUI.

Buona visione e non dimenticate di lasciarci, poi, un vostro commento!

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: “Ti amerò oltre la morte” (Novità fotografiche!)

Ebbene, quest’oggi vogliamo ritornare alla nostra pubblicazione “Ti amerò oltre la morte”, di cui ci siamo occupati lo scorso periodo di Pasqua…

Ricordate la bellissima storia d’amore raccontata dalla signora Raffaella Raffaelli, con la quale siamo stati riportati indietro nel tempo di circa otto anni, appena un paio di mesi dopo la morte di Carlo, suo marito? Siamo certi che alcune delle parole della signora Raffaella ancora risuonano dentro di voi, ma forse è meglio ricordare, brevemente, i punti salienti di quanto accadde quel giorno…

Una mattina, Raffaella si trovava al telefono con la sorella, che l’aveva chiamata perché, essendo il 2 novembre, voleva esserle vicino, data la recente perdita. La nipotinatre anni da poco compiuti –, che, trovandosi quel giorno con lei, stava tranquillamente nella sua stanza a giocare, all’improvviso le si presentò accanto, portando un bigliettino ben ripiegato ed insistendo perché lo prendesse. Una volta apertolo, Raffaella si accorse della presenza di una frase scritta a mano, in latino: “TE DILIGERE NON INTERMITTAM” (Non cesserò di amarti). La calligrafia – non ne aveva alcun dubbio! – era proprio quella del suo amato Carlo

Bigliettino - Particolare (Canon EOS 5D + zoom Canon 70-120mm, 2015)Oggi riproponiamo questa storia, dai colori davvero intensi e con un messaggio di speranza che non può lasciare indifferenti, per potervi mostrare, finalmente, le immagini del biglietto portato quel giorno dalla bambina alla signora Raffaella e da lei, da allora in poi, conservato accuratamente dietro la foto del marito.

Bene, se volete vedere le altre fotografie del biglietto ma anche – perché no? – se pensate di voler assaporare nuovamente la tenerezza del racconto della signora Raffaella, cliccate pure qui e potrete accedere direttamente alla pagina “Ti amerò oltre la morte”.

Lasciateci, poi, i vostri commenti!

Buona visione.

E.A. – V.G.

 

News – Aggiornamento del sito: Scelti per voi! (Shabir Ally e le EPM nel contesto islamico)

Eccoci al secondo contributo di “Scelti per voi”!

La Flora (affresco da Villa Arianna, Stabia - I sec. d.C.)

Come per la volta precedente, tratteremo delle Esperienze di Pre-Morte (EPM).

In questa occasione, vi presenteremo un’intervista fatta a Shabir Ally, nella quale l’Imam, presidente dell’Islamic Information and Dawah Centre International di Toronto (Canada), con un dottorato di ricerca in esegesi coranica ed esponente di spicco nel contesto del dialogo inter-religioso a livello internazionale, affronterà il tema delle EPM nell’ambito islamico, offrendo interessanti spunti di riflessione.

Andate alla nostra pagina, cliccando sul seguente link: qui.

Il video che vedrete è stato tratto da una puntata del talk-show settimanale “Let The Quran Speak” (Islamic Information and Dawah Centre International, di Shabir Ally), del 7 gennaio 2013.

A presto!

E.A. – V.G.

News – Aggiornamento del sito: Il tempo era finito… per sempre…

Eccoci giunti alla pubblicazione di un nuovo video al seguente percorso: “Confini” > “Il tempo era finito… per sempre…”!

'Confini' (Todi, con Nikon D600 e obiettivo Angenieux 28-70 mm - 2014)Dopo avervi fatto un po’ attendere, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di pubblicare una nuova intervista di Padre Emidio Alessandrini, nella quale il sacerdote, frate minore francescano, ci racconterà un sogno “particolare” da lui fatto circa 15 anni fa. Si trattò sicuramente di uno di quelli che C. Jung chiama i “grandi sogni”, e di questo ne è sicuro Padre Emidio che non indugia a considerarlo, anche dopo tutti gli anni che sono trascorsi, come una delle pietre miliari della sua vita.

Ma di quale sogno si trattò? Ebbene, possiamo solo anticiparvi che aveva a che fare con l’Aldilà…

Per accedere direttamente alla nuova pagina contenente l’intervista, potete cliccare sul seguente link: “Il tempo era finito… per sempre…”.

Buona visione!

E.A. – V.G.

Il concetto di Aldilà oltre gli oceani del tempo: “la civiltà etrusca”

Qual era la concezione che dell’Aldilà aveva l’antico popolo degli Etruschi?

Questa è la domanda alla quale cercheremo di fornire una puntuale risposta nel corso di questo nostro lavoro, che ci auguriamo riesca, oltre che a catturare la vostra attenzione, anche a fornirvi un quadro relativamente esaustivo e, contestualmente, capace di suscitare in voi il desiderio di approfondire ulteriormente l’argomento.

Prima di iniziare, però, ci preme chiarire il perché di questo nostro articolo, che speriamo possa inaugurare un nuovo filone nell’ambito delle discussioni da noi affrontate nel nostro sito web. Potremmo fornirvi una spiegazione alquanto articolata e ricca di svariati elementi motivazionali, ma preferiamo essere semplici e diretti. Un tema ricorrente, addirittura dominante, e che accomuna, fondamentalmente, tutti i popoli dell’antichità (solo a titolo d’esempio, possiamo menzionare i Sumeri, gli Assiri, i Babilonesi, gli Egiziani, i Greci, i Romani e, ovviamente, gli Etruschi), è l’attenzione riservata alla religione ed al lato spirituale dell’esistenza, con un particolare interesse a ciò che riguarda l’Oltretomba. Ebbene, oggi come ieri questa stessa tematica occupa una posizione altrettanto centrale nell’ambito della nostra esistenza, checché se ne dica. Sarà dunque molto interessante ripercorrere insieme alcuni tratti delle civiltà del passato per poterci poi rivolgere al nostro contesto attuale, forse con una consapevolezza diversa dopo aver attinto alle sorgenti della nostra civiltà.

Ora possiamo iniziare il nostro viaggio indietro nel tempo!

Necropoli etrusca di TarquiniaInnanzitutto, ci preme ricordare che l’usanza di scavare complesse necropoli monumentali nel sottosuolo fu iniziata proprio dagli Etruschi. Infatti prima di loro, in Italia, i morti venivano inceneriti e le loro ceneri erano sepolte, solitamente in una esigua buca nel terreno.

Il mondo del sottosuolo, gli Inferi, per gli antichi corrispondeva al grembo di Madre-Terra e all’Oltretomba. In quel mondo si riteneva si recassero le anime dei defunti per giungere al cospetto delle divinità. I sovrani del reame infero erano una coppia divina: Ade e Persefone, denominati, nella lingua etrusca, Aita e Phersipnai. L’annuale ritorno di Persefone sulla terra, tra i viventi, coincideva con l’inizio della primavera e, in tale occasione, venivano celebrati i “Piccoli Misteri”. I “Grandi Misteri”, invece, erano celebrati a settembre e ricordavano la scomparsa della dea, che discendeva nuovamente nel regno di Ade.

L’intero ciclo simbolico e mitico dei Misteri ruotava intorno al grande mistero della morte e della rinascita. Il principale motivo misterico riguardava l’anima che, attraverso un particolare processo rituale di morte e rinascita, poteva aspirare all’immortalità, dando un superiore significato alla condizione umana, equiparata alla vita divina di déi ed eroi. In questa concezione dell’anima e del suo possibile “risveglio” era racchiusa l’essenza del grande mistero sacro che, ripreso in seguito, ad esempio, da Pitagora, ritroviamo nel cuore del Cristianesimo (un altro aspetto, sicuramente interessante ed in comune con il Cristianesimo, lo ritroviamo nell’iscrizione di Samotracia, dove è ricordata l’usanza praticata dal sacerdote di Cibele di spezzare un pane consacrato e di offrire una bevanda sacra alla persona da iniziare).

Secondo un’idea diffusa nelle antiche terre mediterranee, agli esseri umani non sarebbe appartenuto un solo “Io”, piuttosto un insieme di differenti “Io”. L’essere umano era concepito quale somma di tre principali identità, o “corpi”: il corpo fisico, l’ombra e il demone, o doppio.

Al momento della morte sarebbe avvenuta una separazione delle parti: il corpo fisico decadeva ed era riassorbito dalla terra, mentre veniva rilasciata un’”ombra”, destinata ad un’effimera esistenza nell’Oltretomba o, eventualmente, a rinascere ancora, ma dopo aver bevuto alla “fonte dell’oblio”; il terzo elemento, il demone, per gli antichi Romani era a sua volta composto da varie parti, chiamate Lari (Lares) e Mani (Manes). I Mani erano due per ciascun individuo, uno benefico e l’altro malefico. Con Lare si designava, poi, un’entità collettiva di natura divina.

L’anima, alla morte, sarebbe ritornata presso il proprio Lare, il ceppo originario la cui sede era collocata nel sottosuolo della Madre-Terra. Gli uomini avrebbero avuto, però, la possibilità di un diverso destino. Coloro che avevano riconosciuto il proprio demone, Lare o Mane, e lo avevano trasceso, potevano avere un’anima immortale e godere della stessa vita degli déi, degli eroi e degli iniziati ai Misteri. Per gli altri era inevitabile il continuo re-immettersi nel ciclo della ricorrenza vita-morte-rinascita come inconsapevoli ombre, ignare della trasmigrazione che avevano vissuto.

E’ probabile che il termine etrusco Larth sia all’origine del latino Lares. Il Larth etrusco era il re-sacro, la prima autorità cui ubbidivano i dodici Lucumoni e cui spettava il potere supremo. Il culto degli antenati (Lari), le cui anime vivevano nel sottosuolo al cospetto degli déi della terra, divenne il principale culto degli Etruschi e dei Romani. Conseguenza diretta fu l’edificazione di vaste e monumentali città dei morti, le necropoli, realizzate secondo una concezione magica: le forze di cielo e terra si univano in una magica congiunzione che permetteva all’anima del defunto di compiere adeguatamente il suo lungo viaggio. Le necropoli erano frequentate assiduamente e vi si svolgevano, infatti, banchetti accompagnati da musiche, danze e rituali, con offerte per i morti e per le divinità (latte, miele, vino ed altro ancora erano versati sulla terra, sui cippi e sulle are).

'L’Ombra della sera' - III sec. a.C., Volterra, Museo Etrusco «Guarnacci»Gli antichi ritenevano che nell’esperienza della morte vi fosse un fondamentale problema di “distacco”: la parte terrena di un individuo, la sua “ombra”, poteva ostacolare l’anima nella difficile separazione dal corpo fisico. Gli oggetti funerari, così come gli incredibili affreschi nelle tombe, avevano, quindi, proprio lo scopo di attrarre l’ombra e far sì che lasciasse la sua presa sull’anima spirituale. Un’interessante raffigurazione dell’ombra la si ritrova nei celebri bronzetti etruschi chiamati “ombre della sera”: esili e oblunghe figure dai tratti adolescenziali, evanescenti e gravi.

Tra le divinità del pantheon etrusco, vale la pena ricordare la giovane dea Vanth (ispirata alla Moira greca). Aveva grandi ali, una fiaccola per illuminare l’oscurità mentre accompagnava le anime nel difficile passaggio nell’Aldilà, e simboleggiava il destino, il fato implacabile. Su di lei non si sa molto di più, oltre al fatto che avesse il ruolo di “accompagnatrice di anime” (per i Romani questo compito era affidato a Mercurio, Hermes “psicopompo” per i Greci).

Mostruosi personaggi raffigurati spesso nei sepolcri etruschi, con la funzione  di sorvegliare e proteggere il sepolcro, erano:

  • il demone Charun (il greco Caronte), che era un umanoide semibestiale armato di martello;
  • l’orrido Tuchulcha, che aveva il viso d’avvoltoio, orecchie d’asino e utilizzava i serpenti come armi offensive.

Preziose rappresentazioni dell’Oltretomba etrusco sono arrivate sino a noi grazie alle tombe di Tarquinia. Tra i vari, vogliamo ricordare in particolare due ipogei che, a nostro avviso, meglio possono fornirci informazioni utili alla nostra trattazione.

Tomba dei Caronti

“La Porta” (“Tomba dei Caronti”, Necropoli etrusca di Tarquinia. Usata Nikon D-70 con zoom Nikon 50-70mm, 2011)Scoperta nel 1960, questa tomba costituisce un ottimo esempio di ipogeo ellenistico del tipo “a due livelli e con vestibolo”: il vano superiore (vestibolo), utilizzato per le cerimonie di culto, e le due camere funerarie (poste ad un livello più basso) accessibili con scale che partono dal pavimento del vestibolo stesso. Sulle pareti di fondo e di destra del vestibolo sono raffigurate due finte porte (simbolico ingresso dell’Aldilà), con i dettagli dell’intelaiatura lignea e delle borchie metalliche.

Ciascuna delle porte ha ai lati due Caronti alati, demoni etruschi della morte, custodi dell’Ade, vestiti di corti gonnellini e con diversi accessori: martelli, asce e serpenti. Accanto ad ogni figura, un’iscrizione dipinta indica il nome del demone Caronte accompagnato da un diverso appellativo che, evidentemente, ne distingueva la particolare funzione, purtroppo a noi non nota.

Tomba 5636

“Davanti alla Soglia” (“Tomba 5636”, Necropoli etrusca di Tarquinia. Usata Nikon D-70 con zoom Nikon 50-70mm, 2011)Questo sepolcro risale alla seconda metà del III secolo a.C. e presenta notevoli diversità con quelli di epoca precedente. Il soffitto è piatto e non a spiovente, e la parte pittorica è limitata alla sola parete di destra ed al pilastro centrale (qui è raffigurato un Caronte alato). Sulla parete laterale è presente una scena di particolare interesse: un defunto si prepara a varcare la porta dell’Aldilà, accompagnato dalla dea Vanth che, con la mano destra sulla sua spalla sinistra, con l’altra mano impugna una torcia; la porta è custodita da Caronte che sta seduto, e al centro della scena si trovano due uomini ed un bambino, forse parenti morti in precedenza, rappresentati nell’atto di accogliere il defunto e di indicargli la direzione della porta dell’Aldilà.

Qualche riflessione

Oltre alle due somiglianze, già indicate nel corso della trattazione, tra mondo etrusco e Cristianesimo (“risveglio” dell’anima; celebrazione con pane spezzato e bevanda sacra offerta all’iniziato), riteniamo interessante soffermarci su un altro aspetto per il quale esistono evidenti affinità, lasciando a voi, invece, possibili riflessioni sulle altre somiglianze che abbiate potuto cogliere.

Ebbene, a quale aspetto ci stiamo riferendo?

L’Aldilà è un luogo nettamente separato dal nostro mondo ed i demoni etruschi, che si trovano a guardia del suo accesso, ce ne danno un’immagine decisamente eloquente. Anche per noi i due mondi sono ben distinti e separati, sebbene possano entrare, in determinate circostanze, parzialmente e temporaneamente in contatto. Stiamo pensando infatti, oltre che alle Esperienze di Pre-Morte, durante le quali il mondo dell’Aldilà o, più spesso, del pre-Aldilà è meta di un breve viaggio da parte di chi è stato dato praticamente per morto e che, invece, ritorna poi in vita, anche alle numerose testimonianza di persone che, anch’esse in prossimità della morte, dichiarano di essere state visitate dai loro cari defunti. Ebbene, in entrambe queste casistiche la soglia tra i due mondi può divenire un luogo privilegiato per l’incontro con coloro che ci hanno preceduto; in alcuni casi, i nostri cari sopraggiungono per accompagnarci nella fase di passaggio, in altri essi vengono per fermarci e spingerci a tornare indietro. Tutto questo lo possiamo ritrovare, in un’ottima sintesi per immagini, nella raffigurazione della già menzionata tomba 5636 di Tarquinia. In essa, infatti, possiamo cogliere proprio questa duplice tipologia di esperienza, nella quale l’incontro con i nostri antenati avviene in prossimità della porta del mondo dell’Oltretomba, sorvegliata dal demone Caronte. L’anima del defunto è accompagnata dalla dea Vanth, munita di torcia, ma è certamente l’incontro con i suoi cari a “illuminare” il momento del suo passaggio.

E.A. – V.G.

Un recente miracolo eucaristico in Argentina, Buenos Aires

Dopo il miracolo eucaristico di Lanciano [1] (ovvero il caso di un’ostia consacrata divenuta carne e sangue) che, risalendo al 730-750, è considerato il più antico evento di tale specie, un nuovo miracolo eucaristico è avvenuto di recente in Argentina, a Buenos Aires; esso per più di un aspetto ci ricorda proprio quello di Lanciano.

Parrocchia di Santa Maria (quartiere di Caballito, Buenos Aires)Era il 18 agosto 1996, quando Fr. Alejandro Pezet stava celebrando una Messa serale nella chiesa cattolica di Santa Maria, nel centro commerciale di Buenos Aires. Mentre terminava di distribuire la Comunione, una donna gli si è avvicinata, comunicandogli di aver trovato un’ostia su un candeliere in fondo alla chiesa. Fr. Alejandro, seguita la donna, ha recuperato l’ostia e l’ha messa in un recipiente contenente dell’acqua. Poi, ha riposto il tutto nel tabernacolo della cappella del Sacramento Benedetto.

Padre Alejandro con Mons. BergoglioIl 26 agosto, aprendo il tabernacolo, il religioso si è accorto che l’ostia era divenuta una sostanza sanguinolenta. Ha dunque informato dell’accaduto il cardinale Jorge Bergoglio (l’attuale Papa Francesco), il quale ha deciso di far fotografare l’ostia in modo professionale (le fotografie sono state scattate il 6 settembre). La documentazione fotografica mostrava chiaramente che l’ostia, divenuta un frammento di carne insanguinata, era aumentata di dimensioni. Quindi, per circa tre anni è rimasta nel tabernacolo e l’evento straordinario è stato tenuto segreto. Poi, dato che l’ostia non aveva subito alcuna decomposizione visibile, il cardinale Bergoglio ha deciso di farla sottoporre ad analisi scientifiche.

Miracolo eucaristico di Buenos Aires (1)Il 5 ottobre 1999, alla presenza dei rappresentanti del cardinale, il Dott. Castanon ha prelevato un campione del frammento insanguinato e lo ha inviato a New York, perché fosse esaminato. Non volendo condizionare gli esiti dello studio, di proposito non ha informato la squadra scientifica circa la provenienza del reperto.

Uno degli scienziati era il Dott. Frederick Zugibe, un noto cardiologo e patologo forense. Il team ha rilevato che il materiale analizzato era effettivamente carne e sangue, contenenti DNA umano. Il Dott. Zugibe ha dichiarato:

“Il materiale analizzato è un frammento del muscolo cardiaco, proveniente dalla parete del ventricolo sinistro, vicino alle valvole. Tale muscolo è responsabile della contrazione del cuore. Si deve ricordare che il ventricolo sinistro pompa il sangue in tutto il corpo. Il muscolo cardiaco si trova in una condizione infiammatoria e contiene un ampio numero di globuli bianchi, il che indica che il cuore era vivo al momento dell’asportazione del campione. È mia opinione che il cuore fosse vivo, dal momento che i globuli bianchi muoiono al di fuori di un organismo vivente che li sostenga. Quindi, la loro presenza indica che il cuore era vivo quando il campione è stato prelevato. Inoltre, detti globuli bianchi sono penetrati nei tessuti, il che evidenzia ulteriormente che il cuore si trovava sotto un intenso stress, come se la persona fosse stata colpita con forza all’altezza del petto”.

Due australiani, il giornalista Mike Willesee e l’avvocato Ron Tesoriero, erano presenti durante i test e, poiché sapevano della provenienza del campione, sono rimasti sbalorditi dalle dichiarazioni del Dott. Zugibe. Inoltre, Mike Willesee ha chiesto allo scienziato per quanto tempo i globuli bianchi sarebbero potuti rimanere vivi, se fossero provenuti da tessuto umano tenuto in acqua. Lo scienziato ha risposto che sarebbero morti dopo qualche minuto.

Quindi, il giornalista ha informato il medico del fatto che il campione proveniva da un tessuto, conservato dapprima in acqua normale per circa un mese e poi per circa tre anni in un contenitore con acqua distillata; solo a questo punto il campione era stato prelevato per le analisi. Il dottore non ha potuto fornire alcuna spiegazione in proposito.

Infine, Mike Willesee ha comunicato che il campione analizzato proveniva da un’ostia consacrata (pane bianco, non lievitato), che misteriosamente era diventata carne umana insanguinata. Profondamente colpito da tale notizia, il Dott. Zugibe ha risposto che tutto ciò rimaneva un mistero inspiegabile per la scienza, un mistero completamente al di là delle sue competenze.

I dettagli riportati sono stati riferiti dal religioso M. Piotrowski SChr sul sito web Love One Another!, 17/2010; ulteriori dettagli su tale evento (anche se per alcuni aspetti le informazioni sono divergenti) sono stati forniti dal giornalista e scrittore Antonio Socci, che ha condotto personalmente un’indagine a Buenos Aires.

Eventi particolari sarebbero iniziati nel maggio del 1992, nello stesso mese ed anno nei quali Jorge Bergoglio venne nominato vescovo ausiliario a Buenos Aires. Il 1 maggio 1992 due frammenti di ostia sono stati rinvenuti sul corporale all’interno del tabernacolo. Il parroco ha deciso di riporli in un contenitore con acqua e di conservarli nel tabernacolo stesso. Dopo alcuni giorni i due frammenti erano ancora integri e l’8 maggio si è notato che erano diventati rossastri. Quindi, domenica 24 maggio sulla parete interna del tabernacolo è stata osservata una goccia di sangue.

Miracolo eucaristico di Buenos Aires (2)A tali fatti seguono gli eventi descritti in precedenza (anche se l’ostia abbandonata sarebbe stata trovata il 15 agosto 1996 anziché il 18). Una volta notata la trasformazione in carne e sangue, l’arcivescovo Quarracino sarebbe stato informato direttamente ed avrebbe deciso di non divulgare la notizia e di far scattare le suddette fotografie, oltre a far condurre studi specifici al riguardo. Poi, tutta la documentazione è stata inviata a Roma. Nel 1999 l’arcivescovo Bergoglio, che aveva iniziato a seguire il caso solo dal giugno 1997, ha autorizzato per entrambi i casi (1992 e 1996) analisi approfondite, che sono state condotte negli Stati Uniti (California) nel 2000, utilizzando tecniche tipiche della FBI. Per quanto riguarda il campione del 1992, sono state rinvenute in esso tracce di pelle umana. Infine, ci sono state le analisi del laboratorio di New York sul campione del 1996 con gli incredibili risultati già ricordati.

Un rapido raffronto con il miracolo di Lanciano.

A questo punto, può essere interessante effettuare alcuni raffronti tra il miracolo di Buenos Aires ed il miracolo eucaristico di Lanciano.

Miracolo eucaristico di LancianoIl Miracolo di Lanciano, avvenuto – come già detto – nell’VIII secolo, ebbe luogo durante una Messa, subito dopo la consacrazione, quando l’ostia si tramutò in carne ed il vino in sangue. L’ostia ed il sangue sono conservati ancora oggi nella chiesa di Lanciano, fatta costruire appositamente.

Nel novembre del 1970 l’Arcivescovo di Lanciano decise di sottoporre ad esame scientifico i reperti. Fu incaricato il professor Edoardo Linoli, in collaborazione con il professor Ruggero Bertelli dell’Università di Siena. Il 4 marzo 1971 furono presentati i risultati delle analisi, dai quali emergeva che la carne ed il sangue erano sicuramente di natura umana. La carne era inequivocabilmente tessuto cardiaco umano ed il sangue apparteneva al gruppo sanguigno AB. Fatto degno di nota, che è stato riscontrato anche nell’evento di Buenos Aires, la carne ed il sangue non sono stati soggetti alla consueta degradazione cadaverica.

Nel 1973 il Consiglio Superiore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) nominò una Commissione scientifica per verificare le conclusioni dei due medici italiani. Le ricerche, durate 15 mesi per un totale di 500 esami, confermarono ciò che era stato dichiarato e pubblicato in Italia. L’estratto dei lavori scientifici della Commissione medica dell’O.M.S. venne pubblicato nel dicembre 1976 a New York e a Ginevra.

Di seguito è riportata una tabella, che pone a confronto sinteticamente i risultati scientifici relativi ai due reperti, quello di Lanciano e quello di Buenos Aires. Le analogie appaiono impressionanti. Da quanto ci è dato sapere, sembrerebbe che il Dott. Castanon abbia fatto confrontare i risultati ottenuti a New York con quelli del miracolo di Lanciano e che, oltre che avere lo stesso gruppo sanguigno (AB), i reperti avrebbero anche DNA compatibili e, quindi, potrebbero appartenere alla stessa persona.

Tabella: raffronto tra miracoli di Lanciano e Buenos Aires

Mentre per il miracolo eucaristico di Lanciano si possono leggere i risultati delle ricerche e delle analisi di laboratorio nei volumi pubblicati dal Prof. Linoli, nella rivista dell’O.M.S., pubblicata a New York e Ginevra nel 1976, e nei documenti conservati nel Santuario ed esposti al pubblico, per il miracolo di Buenos Aires non si può dire lo stesso. Del miracolo eucaristico di Buenos Aires, infatti, si è iniziato a parlare solo recentemente, perché il vescovo di Buenos Aires al momento dell’evento era Jorge Bergoglio, divenuto Papa alcuni anni fa. L’unico che ha divulgato la notizia è stato il dott. Castanon tramite delle interviste e conferenze, ma non ci risulta che abbia pubblicato alcuno dei risultati delle indagini condotte.

E.A. – V.G.


[1] Abruzzo, provincia di Chieti.