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Viaggi nell’Aldilà – La Navigazione di San Brandano (Seconda Parte)

La versione più famosa della storia è quella del poeta Benedeit del XII sec. (scritta in dialetto franco-normanno) e ci racconta che i viaggiatori vivono avventure di ogni tipo nel corso della loro navigazione: festeggiano la Pasqua sopra un pesce enorme, che all’inizio pare loro un’isola; incontrano gli angeli caduti all’epoca della rivolta di Lucifero contro Dio e trasformati in uccelli; vengono aggrediti da un serpente marino e difesi da un altro, dopo aver pregato Dio; passano vicino ad un’isola dal terribile fetore e scoprono che è l’inferno, dove sono torturate le anime dei malvagi; incontrano Giuda, il traditore di Cristo, che gode di un momento di pace prima di tornare ai tormenti dei diavoli; infine, giungono all’isola “dove Adamo era stato signore”. A Brandano ed ai suoi è concesso di vedere poco di quel luogo meraviglioso: fiumi ricchi di pesce, fiumi in cui scorre il latte, una montagna d’oro, prati sempre fioriti dove regna l’estate perenne. Tornato a casa, Brandano racconta le meraviglie del viaggio e rende santi e virtuosi coloro che lo ascoltano.

Abbiamo pensato di presentarvi, a questo punto, la parte principale dei due racconti che, per la tematica dell’Aldilà affrontata dal nostro lavoro, risultano di maggiore interesse: l’incontro con l’Inferno e la visita del Paradiso Terrestre.

L ‘isola infernale (cap. 31)

Isola dei Fabbri (di Ada Natale)…E videro un’isola non lontana da loro molto rossa e sassosa e piena di scorie, senza alberi ed erbe e piena di officine di fabbri. …E mentre vi passavano velocemente davanti per breve tempo, lontano quanto un lancio di pietra, udirono il suono di mantici soffianti come un tuono e un battere di martelli. A questi rumori il venerabile padre si armò del trofeo del Signore in quattro parti dicendo: “Signore Gesù Cristo liberaci da questa isola”. Finita l’implorazione dell’uomo del Signore ecco uno degli abitanti dell’isola uscir fuori… …portando una tenaglia nelle mani colla [sic!] quale stringeva una massa infuocata di scoria di immane grandezza e incandescenza. E subito la scagliò contro i servi di Cristo. Ma non fece loro del male: infatti, li oltrepassò per lo spazio di quasi uno stadio. E dove cadde il mare cominciò a ribollire come se una montagna di fuoco si fosse scaricata in quel luogo e saliva dal mare un fumo come da una pentola sul fuoco. Allora, appena l’uomo di Dio si allontanò per quasi un miglio, quelli che erano sull’isola accorsero sul lido portando ciascuno una massa. Alcuni scagliavano in mare al di là dei servi di Cristo la massa, altri a turno gettavano la loro massa sempre ritornando nelle loro officine e le incendiarono e allora quell’isola apparve come se ardesse tutta come una grande fornace e il mare ribolliva come un pentolone pieno di carni, ribollendo come quando viene messo sul fuoco, per tutto il giorno sentirono provenire dall’isola un immane urlo e anche quando non poterono più vederla, alle loro orecchie arrivava l’ululato degli abitanti dell’isola e alle narici un immenso fetore. Allora il santo padre confortò i suoi monaci dicendo: “O soldati di Cristo, fortifichiamoci nella vera fede e nelle armi spirituali perché siamo ai confini dell’inferno e vigilate e comportatevi virilmente”. L’indomani apparve loro verso settentrione un alto monte non lontano, come in mezzo a nuvole leggere. Ma aveva molto fumo sulla sommità che subito con un soffio veloce il vento sospinse sul lido dell’isola stessa finché la nave s’arrestò non lontano dalla terra. E la sua riva era tanto alta che la sua sommità si poteva appena scorgere; ed era del colore del carbone e di incredibile grandezza, verticale come un muro. Uno dei tre frati che avevano seguito San Brandano dal suo monastero, quello che era rimasto, scese fuori della nave e cominciò a camminare fino alla base della riva e cominciò a gridare: “Guai a me, sono stato mandato in perdizione da voi e non ho la forza di tornare a voi”. I frati subito portarono indietro la nave lontano dalla terra e gridarono dicendo: “Abbi pietà di noi Signore, abbi pietà di noi”. E il venerabile padre insieme ai suoi confratelli guardava in che modo veniva trascinato quell’infelice dalla moltitudine dei demoni al tormento e come era avvolto dalle fiamme fra loro e diceva: “Guai a te, figlio, perché hai trovato una tale fine meritata per la tua vita”. Di nuovo arrise loro un vento favorevole verso la regione australe. Ma appena videro l’isola allontanarsi dietro di loro, osservarono che la cima del monte non era più coperta di fumo e dal suo interno eruttava fiamme fino al cielo e nuovamente inghiottendo le fiamme stesse tanto che tutto il monte fino al mare appariva un rogo unico.

Il paradiso terrestre (cap. 36-37)

L'Eden (Anonimo)…Trascorsi i 40 giorni, avvicinandosi il vespro cominciò a scendere una caligine tanto spessa che a malapena potevano vedersi l’un l’altro. Allora il Procuratore disse a San Brandano: “Sapete cos’è questa caligine?” San Brandano chiese: “Cos’è?” Allora egli spiegò: “Questa caligine circonda l’isola che cercate da sette anni”. Trascorsa un’ora di nuovo li avvolse una grande luce e la nave si fermò sul lido. Scendendo dalla nave videro una terra meravigliosa e piena di alberi ricoperti di frutti come in autunno. E dopo aver percorso quella terra si avvidero che la notte non scendeva su di loro.

Mangiavano soltanto pomi e bevevano dalle sorgenti. E così per 40 giorni percorsero quella terra e non poterono trovarne i confini. Un giorno trovarono un grande fiume che scorreva verso il centro dell’isola. Allora San Brandano, rivolto ai suoi frati, disse: “Non possiamo oltrepassare questo fiume ed ignoriamo la vastità di questa terra”.

Mentre tra loro parlavano, desiderando di conoscere queste due cose, ecco che apparve un giovane, venendo loro incontro baciandoli con grande letizia, chiamando ciascuno col suo nome e dicendo: “Beati quelli che abitano nella tua casa e nei secoli dei secoli ti loderanno”. Dopo aver detto questo parlò a San Brandano: “Ecco la terra che hai cercato per molto tempo. Certo non l’hai potuta trovare immediatamente perché Dio ha voluto mostrarti diversi suoi segreti nel grande Oceano. Ritorna ora alla terra che ti ha visto nascere portando con te frutti e gemme di quest’isola fino a riempire la tua navicella. Si avvicina infatti la fine dei giorni della tua peregrinazione perché tu possa dormire coi tuoi padri. In verità dopo il corso di molti anni questa terra verrà conosciuta dai vostri successori quando sopravverrà la persecuzione dei Cristiani. Questo fiume che vedete divide quest’isola. Così come ora appare a voi matura di frutti, rimarrà per l’eternità senza alcuna ombra di morte. Perché Cristo è la sua luce“.

Per la versione completa della Navigazione di San Brandano, nella traduzione di Giuseppe Bonghi, cliccare su: http://www.classicitaliani.it/duecento/naviga02.pdf

E.A. – V.G.

Viaggi nell’Aldilà – La Navigazione di San Brandano (Prima Parte)

Sul finire del V sec., l’Irlanda entrò in contatto con il fenomeno del monachesimo, iniziato in oriente nel corso del IV sec., e lo spirito monastico irlandese si caratterizzò, sin dalle origini, nel senso di un forte ascetismo. I temperamenti più eroici cercavano, poi, la solitudine assoluta per chiudersi nella contemplazione di Dio. Se i monaci orientali si isolavano in cima a delle colonne o nel deserto, i loro confratelli irlandesi disponevano anch’essi di un “deserto” immenso e disabitato: il mare. Nacque così la Peregrinatio pro Christo, la ricerca della solitudine peregrinando tra le onde. Gli aspiranti eremiti giunsero addirittura ad imbarcarsi ed a lasciarsi trasportare dalla corrente dove il caso, o meglio, la volontà di Dio avesse stabilito. Isole grandi e piccole vennero popolate da comunità monastiche.

San Brandano - Mappa dei viaggiSan Brandano nacque verso la fine del V sec. a Clonfert, dove anche morì, e le sue ceneri riposano in Notre-Dame-d’Aynès (piccola cappella in stile romanico ricostruita fra il XIV e il XV secolo presso Conques nella regione dell’Aveyron), lontano dal mare. Si diede alla vita monastica e compì numerosi pellegrinaggi per mare, giungendo in Scozia, forse in Bretagna, nelle isole Orkney e nelle Shetland. Al suo nome è legata la fondazione di diversi monasteri. Dopo la sua morte, il ricordo dei suoi viaggi venne amplificato dalla tradizione orale e si mescolò alle leggende del folclore celtico. Tra il VI e l’VIII secolo l’Irlanda conobbe un periodo di particolare splendore culturale ed artisti, dotti, monaci elaborarono una nuova cultura, unendo elementi dell’Antichità e del Cristianesimo al vecchio mondo celtico.

La Navigazione di San Brandano (un secondo testo è la Vita Prima Sancti Brendani, la cui prima redazione risalirebbe ai secoli XI-XII, che però racconta un’altra versione del viaggio), se ammettiamo che sia stata scritta in Irlanda, può essere datata, nella sua prima stesura, tra i secoli VII e VIII e mostra la sua appartenenza alla nuova fede, ma, parallelamente, evidenza altri temi di cui è difficile giudicare l’ortodossia:

  • il Paradiso per l’uomo non riguarda solo la Fine dei Tempi, ma bisogna scoprire la sua esistenza già sulla Terra;
  • il mare, concepito dai popoli in modi diversi, è ben “l’Anticamera dell’Aldilà”;
  • è verso l’Ovest che la Terra Promessa sarà raggiunta, e non verso l’Est dove la Bibbia situa l’Eden.

Scritta in latino, da un autore ignoto, probabilmente un ecclesiastico, ebbe larghissima diffusione nel corso di tutto il Medioevo e fu tradotta in molte lingue (anglo-normanno, francese, provenzale antico, catalano, inglese, olandese, vari dialetti germanici e, in Italia, veneziano e toscano).

La navigazione rientra nel genere letterario degli Imram (la narrazione di un viaggio avventuroso per mare, compiuto da uno o più eroi). Il genere era congeniale agli Irlandesi, popolazione isolana in larga parte legata al mare, che potevano così recepire suggestioni tratte dalla cultura classica, dall’Eneide, ad esempio, e forse dall’Odissea.

Navigatio Sancti Brendani

Navigazione di S. Brandano (manoscritto tedesco)San Brandano viene presentato come un monaco-fabbro, una sorta di mago che conosce il potere delle acque, un maestro degli animali, ecc., e questi pochi elementi sono sufficienti per darci indicazioni sul metodo agiografico: ogni immagine serve a esaltare la Creazione ed a rafforzare l’adesione o la conversione dell’uomo a Dio.

Nel primo capitolo, dei trentotto che compongono la Navigazione, viene presentata quella che sarà la meta di Brandano, cioè l’Isola dei Beati, che gli viene descritta dall’abate Barinto, suo ospite (qui troviamo proposto il genere letterario degli Echtrai, nei cui racconti si trovano protagonisti condotti su un’isola avvolta dalla nebbia, dove si trovano le anime dei morti).

I tre capitoli seguenti descrivono la preparazione del viaggio, la scelta dei compagni e la costruzione della nave.

La grande balenaDal capitolo 5 al 35 è narrata la navigazione vera e propria, con i diversi avvenimenti ed incontri: l’Isola dalle alte scogliere, l’Isola delle pecore giganti, la grande balena, il Paradiso degli Uccelli, i vegliardi della comunità di sant’Albeo, l’Isola dei fabbri (l’Inferno), Giuda Iscariota, l’eremita Paolo (episodi nei quali risuonano analogie con i testi degli Imram, elementi tratti dall’Apocalisse o dai testi medievali che descrivono i viaggi in Terra Santa o ancora dall’Eneide, dall’Odissea o dalla mitologia germanica).

San Brandano incontra una sirena (manoscritto tedesco)I capitoli 36 e 37 descrivono di nuovo l’Isola dei beati, con l’approdo, ed il 38 racconta il ritorno in patria e la serena morte del Santo.

L’opera è considerata tra le fonti di ispirazione della Divina Commedia di Dante Alighieri, tanto da far pensare, ad alcuni studiosi, che la demonologia di Dante possa essere stata tratta anche, se non del tutto, da questa antica leggenda (infatti, in essa si parla di angeli caduti, che il protagonista trova sotto le spoglie di uccelli candidissimi, appollaiati sopra di un albero nel Paradiso, poiché spiriti decaduti sì, ma non malvagi, né superbi, colpe per le quali, ad esempio, proprio nella Divina Commedia, Dante li pone come neutrali).

E.A. – V.G.

I cani: possibili strumenti dell’“insolito”! (parte terza)

Statua di Don Bosco ed il GrigioA circa 4 mesi dal nostro ultimo articolo sull’argomento (per chi volesse rileggerlo, l’accesso diretto è possibile cliccando QUI) e, più o meno, ad 1 anno e mezzo dal nostro primo lavoro in merito all’affascinate questione dei cani quali possibili strumenti dell’”insolito” (per chi volesse rileggere la nostra prima pubblicazione, è possibile l’accesso diretto cliccando QUI), abbiamo ritenuto che fosse il caso di ritornare sull’esperienza di Don Bosco con il Grigio, per fornirvi ulteriori, interessanti informazioni.

Aspettate un attimo! Ricordate quale sia stata la storia che ci ha offerto lo spunto per affrontare la tematica dei fenomeni miracolosi collegati alla presenza di cani e ritrovati nell’aneddotica della vita di alcuni Santi? Tutto è partito dal racconto del Sig. Mario Ritaldi di Roma. Qualora voleste gustare nuovamente o per la prima volta la sua video-intervista prima di continuare con la lettura di questo nostro nuovo articolo, cliccate pure QUI.

Ebbene, adesso possiamo cominciare!

«Ho accarezzato il Grigio».

Sig. Renato CelatoRenato Celato, un salesiano, autista fidato e discreto di quattro Rettori Maggiori, fu testimone di un “misterioso” incontro.

Era il maggio del 1959 e l’urna contenente il corpo di Don Bosco, viaggiando, in incognito, su un furgone speciale da Roma verso Torino, fece una sosta a La Spezia, nella chiesa di Nostra Signora della Neve…

Che cosa ricorda del misterioso cane che vide accanto all’urna di don Bosco?

Ho potuto vedere, toccare, accarezzare quel misterioso cane. Era il 5 o il 6 di maggio del 1959, dopo l’inaugurazione del grande tempio di Cinecittà. Eravamo di ritorno da Roma con l’urna di don Bosco. L’urna era rimasta a Roma vari giorni. Era venuto ad onorarla anche Papa Giovanni XXIII… L’urna di don Bosco rimase due giorni in San Pietro, intanto che si facevano le pratiche burocratiche per il viaggio di ritorno a Torino… Arrivammo a La Spezia verso le sette invece che alle quattro. Il confratello sacrista, signor Bodrato, aveva aperto Il Grigio steso (generale e particolare)le porte della Chiesa alle quattro e mezzo e aveva visto questo cane accovacciato davanti alla porta e gli aveva rifilato un calcio per mandarlo via. Senza reagire, il cane si era ritirato in disparte ed aveva aspettato l’arrivo dell’urna.

Quando siamo arrivati, abbiamo portato l’urna in chiesa e l’abbiamo appoggiata su un bancone dei falegnami, il cane ci ha seguiti e si è accoccolato sotto l’urna. Lì per lì nessuno ci ha badato. Poi quando incominciò ad arrivare la gente e iniziarono le Messe e le funzioni, il direttore si preoccupò e disse ai carabinieri: “Mandate via questa bestia che sta sotto l’urna!”. Ma non ci riuscirono. Il cane digrignava i denti e sembrava arrabbiato. Rimase là fino a mezzogiorno. A quell’ora chiusero la chiesa. Il cane uscì e cominciò a gironzolare tra i ragazzi in cortile. I ragazzi naturalmente erano felici di averlo in mezzo a loro: lo accarezzavano, gli tiravano la coda. Mi unii anch’io a loro.

Andammo a pranzo. C’erano l’ispettore, tutti i direttori dell’ispettoria, i novizi e i confratelli che erano riusciti ad entrare. La sala da pranzo era al piano superiore. Durante il pranzo vedemmo questo cane che tranquillamente spinse la porta con le zampe anteriori ed entrò. Cominciò a gironzolare tra le tavole. Don Puddu, segretario del Consiglio Superiore, gli sferrò un calcio, ma il cane non si scompose e continuò a passeggiare. Gli offrirono pane, prosciutto, salame. Annusava in segno di gradimento, ma non toccò niente. Rimase lì per tutto il pranzo. Poco prima della preghiera finale, aprì di nuovo la porta da solo ed uscì.

Il Grigio steso (particolare)Verso le quattordici, tornammo in chiesa per ripartire, perché il viaggio era ancora lungo. Il cane era di nuovo accovacciato sotto l’urna. Come aveva fatto a entrare? La chiesa aveva le porte sbarrate, com’è facile immaginare.

Caricammo la pesantissima urna sul furgone e il cane era ancora lì in mezzo a noi. Ho lasciato in archivio una fotografia che documenta quel momento.

Partimmo per Genova Sampierdarena, passando per il valico del Turchino. Non c’era l’autostrada allora. Don Giraudi, che era in macchina con me, mi diceva ogni tanto: “Sta attento, guarda un po’ se c’è il cane!” C’era. Sempre dietro il nostro furgone, anche in città. Lo vidi ancora fino al terzo tornante della salita. Poi scomparve.

E.A. – V.G.

Copertina del Bollettino Salesiano (Aprile 2016)Intervista tratta dal Bollettino Salesiano dell’Aprile 2016 (Anno CXL, n. 4)
“Ho accarezzato il Grigio” – Incontro con il signor Renato Celato (pagg. 10-13), a cura dell’inviato Jesus Jurado

Viaggi nell’Aldilà – Il Purgatorio di San Patrizio

La Chiesa ha raccolto la tradizione ebraica riguardo al Purgatorio. Gli Ebrei credevano infatti, già dal II sec. a.C., che dopo la morte vi fosse un periodo di purificazione. Per questo, in 2 Maccabei 12,43-45 si afferma che Giuda Maccabeo mandò a Gerusalemme duemila dracme d’argento affinché si offrisse un sacrificio ai caduti in battaglia. Ulteriori riferimenti al Purgatorio sono presenti, poi, anche in altri passi biblici. Nell’Apocalisse, ad esempio, si dice che nell’Aldilà nulla d’impuro entrerà (Ap. 21,27), dunque tutti devono accedere sciolti da ogni peccato e per questo devono purificarsi prima. In 1 Corinzi 3,15 San Paolo afferma che ci si potrà salvare, ma come attraverso il fuoco. Inoltre, Gesù dice chiaramente che vi sono peccati che possono venir perdonati dopo la morte (Mt. 12,32). Sin dall’inizio del Cristianesimo, perciò, si credette sempre in questo periodo di purificazione dopo la morte, anche se un‘idea più articolata del Purgatorio si andò formando tra il III e XII secolo, come evoluzione della credenza, attestata sia nella liturgia che nell’epigrafia funeraria, di poter riscattare certi peccati dopo la morte. Le basi teoriche dell’esistenza del Purgatorio furono gettate da Agostino d’Ippona e da Gregorio Magno, che ne prefigurò l’immaginario con la descrizione delle pene. All’evoluzione dell’idea di un luogo del Purgatorio e delle sue rappresentazioni contribuirono decisamente le descrizioni di visioni o di viaggi nell’Aldilà, che avevano già una lunga tradizione nella letteratura pre-cristiana (come ad esempio la discesa di Ulisse e di Enea nell’Ade). Dapprima trascurati per la volontà della Chiesa di sconfiggere il paganesimo, i racconti di esperienze di viaggi oltremondani fiorirono a partire dal VII secolo, soprattutto in ambiente monastico, dove gli elementi popolari potevano essere filtrati dall’elemento cristiano, ed esplosero infine nei secoli XI e XII. Va comunque ricordato che la concezione cattolica del Purgatorio si realizzò in modo completo solo successivamente e per merito di Dante Alighieri il quale, nella sua opera letteraria “La Divina Commedia” (redatta in un periodo posteriore, tra il 1302 ed il 1321), descrisse la triplice ripartizione in cui egli immaginava fosse diviso l’Aldilà: l’Inferno (luogo di pena eterna), il Purgatorio (luogo di pena passeggera) ed il Paradiso (luogo di premio eterno).

Il Purgatorio di San Patrizio.

II primo accenno al Purgatorio di San Patrizio compare nella Vita del Santo, redatta tra il 1180 ed il 1183 da Jocelyn di Furness.

Secondo il suo racconto, a San Patrizio, che non riusciva a convertire gli Irlandesi, comparve Gesù, il quale gli mostrò una cavità tonda ed oscura, forse un pozzo o una grotta, e gli assicurò che chiunque, dopo essersi purificato dai suoi peccati, avesse trascorso un giorno ed una notte al suo interno avrebbe visto le pene che attendevano i malvagi ed il premio che spettava ai giusti.

Il Santo fece allora recintare la cavità con un muro ed una porta, e ordinò di edificare una chiesa nei dintorni (la tradizione colloca l’episodio nel 445). La chiave della porta fu affidata al priore dei canonici posti a servire la chiesa, il futuro San Dabheog, con la disposizione che tutti i penitenti, che avessero affrontato la prova, avrebbero dovuto, poi, scrivere una relazione su quanto visto.

Jocelyn di Furness collocò il luogo del Purgatorio di San Patrizio sopra un monte del Connaught, nella parte occidentale dell’Irlanda.

Il cavaliere Owen (a sinistra) ascolta gli elenchi dei tormenti del purgatorio dal priore (al centro). Da Le voyage du puys sainct Patrix auquel lieu on voit les peines de Purgatoire et aussi les joyes de Paradis di Claude Noury, Lyon 1506.Il successo internazionale del Purgatorio di San Patrizio si deve, però, all’opera di Henry (i codici non dicono di più sul suo nome), monaco dell’abbazia cistercense di Saltrey. Nel Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii (redatto tra il 1190 e il 1210), Henry di Saltrey narra la storia del cistercense Gilberto, il quale fu inviato in Irlanda ai tempi di re Stefano d’Inghilterra (cioè tra il 1135 e il 1154).

Non conoscendo la lingua di quel paese, il monaco scelse come guida il cavaliere Owein, il quale gli raccontò che, dopo una vita di peccato, fu preso dal pentimento e volle scontare  da vivo la pena che temeva di dover pagare dopo la morte. Perciò, si fece introdurre in un luogo misterioso, passando attraverso una porta rigorosamente sorvegliata da monaci e alla quale non si perveniva se non dietro l’approvazione del vescovo della diocesi locale e del priore della chiesa vicina. Sebbene entrambi lo sconsigliassero di intraprendere la prova – se ci si fosse lasciati sedurre, infatti, dalle tentazioni dei demoni, si sarebbe stati condotti direttamente all’Inferno, senza possibilità di ritorno -, di fronte alla sua ostinazione i due finirono tuttavia per acconsentire, imponendogli un periodo preparatorio di digiuno e preghiera nella chiesa vicina e consigliandolo di invocare il nome di Gesù, qualora non si fosse sentito in grado di reggere fino alla conclusione della prova.

Penetrato infine nella grotta, Owein attraversò vari luoghi di punizione. Dovunque vide i castighi cui erano assoggettate le anime secondo un immaginario cristiano ormai consolidato. Anch’egli ricevette la parte che gli spettava, aggredito, tentato, minacciato e deriso dai demoni che somministravano quelle pene e da quelli che lo conducevano nella “visita”, sempre salvato in extremis dall’invocazione del nome divino.

Giunse infine ad un ponte strettissimo, gettato sopra il fiume infernale di fuoco, che tuttavia si allargava man mano che egli procedeva nel cammino. Superatolo, si trovò in un’amena campagna, di fronte ad un altissimo muro che cingeva una splendida città, che altro non era che il Paradiso Terrestre. Varcata la porta, una processione di santi si fece incontro ad Owein e gli riservò una gioiosa accoglienza nella città divina, mostrandogli le meraviglie di quel luogo di beatitudine.

Dopo tale avventura, purgato d’ogni peccato, il cavaliere tornò all’esterno. Trascorsi quindici giorni di preghiera nella chiesa vicina, egli fece ritorno al mondo, ma l’esperienza l’aveva comunque così colpito che Owein si era poi fatto crociato, recandosi in Terrasanta.

Lough Derg, antica mappa. Isola del Purgatorio di S. Patrizio.Henry di Saltrey non indica il luogo in cui si trovava il Purgatorio di San Patrizio. Però, in una nota a margine di un manoscritto datato alla seconda metà del XIII secolo della Topographia Hibernica di Gerardo di Cambria viene indicato che nell’Ulster si trova un lago con un’isola divisa in due parti, la prima, bella e ricca di giardini, con una chiesa, la seconda, orribile e desolata, con numerosi demoni. Con tutta probabilità si fa riferimento al Lough Dergh (Lacus Derg), nel quale vi sono appunto due isole, la più grande delle quali, Saints’ Island, ospita una chiesa, oggi dedicata proprio a San Patrizio, mentre la seconda, Station Island, è il luogo della porta del “Purgatorio”.

La fama del Purgatorio di san Patrizio si propagò rapidamente nella cristianità grazie a Matteo Paris, che nel XII secolo divulgò il racconto di Henry di Saltrey, e alla poetessa Maria di Francia, che tradusse il testo in francese nell’Espurgatoire Saint Patriz. La storia si diffuse attraverso rifacimenti e versioni in volgare in tutto l’occidente. Il Purgatorio di San Patrizio, poi, figurava spesso nei sermoni dei predicatori, circostanza che contribuì in modo straordinario alla sua fama.

Ulteriori esperienze di viaggio nel Purgatorio.

Lough Derg, oggi.Oltre al racconto del cavaliere Owein, interessanti da menzionare sono almeno altri tre resoconti: quelli del cavaliere Ludovico di Sur, del cavaliere William Lisle e, infine, di Antonio di Giovanni Martini.

La testimonianza, relativa al cavaliere Ludovico di Sur, il quale visitò il Purgatorio il 17 settembre 1358, riferisce che, dopo un periodo preparatorio di preghiera e digiuno, Ludovico fu condotto da dodici monaci in una grotta piuttosto piccola. Trascorsa circa mezz’ora, gli apparve un uomo vestito di bianco, che lo esortò ad iniziare il viaggio. Discese alcune scale, il cavaliere si trovò in un’ampia sala, nella quale tre monaci lo redarguirono per la sua temerarietà e gli prospettarono le tentazioni che avrebbe subito ed i tormenti ai quali avrebbe assistito, contro i quali sarebbe bastato segnarsi tre volte e recitare un passo evangelico. Il racconto prosegue con la descrizione dei tormenti infernali, con la variante, rispetto alla narrazione di Owein, che le tentazioni non furono opera di demoni ma di aggraziate giovani.

Il racconto relativo all’esperienza del cavaliere inglese William Lisle, che era stato in Irlanda nel 1394, riferisce che William era stato rinchiuso con un compagno nella caverna di Station Island per un’intera notte. Durante la discesa era stato avvolto da vapori caldi e s’era addormentato d’un sonno pieno di strani sogni. Ciò lo indusse a ritenere che le “visioni” del luogo non fossero altro che illusioni, dovute alla presenza di gas, che avrebbero determinato uno stato di alterazione di coscienza.

In una lettera, spedita dal fiorentino Antonio di Giovanni Martini ad un concittadino, è descritta l’esperienza di Antonio di discesa nel Purgatorio irlandese, avvenuta nel novembre del 1411. Le fasi della preparazione alla prova sono descritte accuratamente: il digiuno di tre giorni a pane ed acqua, la vestizione con una lunga veste bianca, simile ad un sudario, la recita da parte dei monaci dell’ufficio dei morti sopra il pellegrino disteso supino, la processione intorno alla cappella posta accanto all’ingresso della grotta, il “seppellimento” in uno stretto antro, più simile ad un sepolcro che ad una grotta. Sembrerebbe quasi che questo complesso rituale facesse parte di una tecnica consolidata per alterare lo stato di coscienza del pellegrino, il quale, infatti, riferisce di essersi sentito molto debole e di aver visto cose che non può scrivere o dire se non in confessione. Antonio di Giovanni Martini fu estratto dalla grotta in stato d’incoscienza dopo sole cinque ore.

E.A. – V.G.

I cani: possibili strumenti dell’“insolito”! (parte seconda)


A distanza di poco più di un anno da quando abbiamo pubblicato il nostro primo articolo sull’argomento (per chi volesse rileggere la nostra prima pubblicazione, è possibile l’accesso diretto cliccando QUI), abbiamo pensato di riprendere uno dei quattro esempi che allora vi abbiamo presentato e fornirvene un approfondimento. Riproporremo l’esperienza di Don Bosco con il Grigio!

‘Don Bosco ed il Grigio’, disegno di Andrea F. PhillipsPrima di cominciare, però, consentiteci di ricordare quale sia stato lo spunto che, allora come oggi, ci ha condotto ad affrontare la tematica dei fenomeni miracolosi collegati alla presenza di cani e ritrovati nell’aneddotica della vita di alcuni Santi. Ebbene, l’occasione ci è stata offerta dal racconto del Sig. Mario Ritaldi di Roma. Potrebbe essere interessante, quindi, andare a rivedere la sua video-intervista prima di continuare con la lettura (per un accesso diretto, cliccate pure QUI).

E adesso iniziamo pure con la nostra storia!

L’urna di Don Bosco ed il “cane grigio”

Il racconto che segue è frutto di quanto narrato da Don Tiburzio Lupo che, direttore della Casa salesiana di Livorno, fu testimone diretto degli eventi. Don Tiburzio è morto, ormai centenario, nel 2001 presso la Casa Madre di Torino.

Era il maggio del 1959. L’urna contenente il corpo di Don Bosco doveva viaggiare su un furgone speciale alla volta di Roma e, poi, da Roma verso Torino, il tutto in incognito, ed anche le soste obbligate, dato il lungo percorso, dovevano essere tenute completamente segrete. Don Tiburzio, però, era deciso a far fermare l’urna di Don Bosco a La Spezia, e per questo doveva convincere il confratello Don Giraudi, coordinatore del viaggio. Dopo le molte insistenze, Don Giraudi cedette alla richiesta. Le modalità della sosta sarebbero state le seguenti: a) l’urna, proveniente da Livorno, sarebbe giunta a La Spezia verso le 5:30 del 12 maggio, in forma segretissima; b) i confratelli ed i giovani del convitto avrebbero avuto il permesso di vedere Don Bosco; c) si sarebbe ripartiti nella stessa mattinata per Sampierdarena, ultima tappa prima del rientro a Torino.

‘Chiesa di Nostra Signora della Neve’, La SpeziaIl 12 maggio Don Tiburzio ed alcuni confratelli si alzarono di buon ora, e si recarono in viale Garibaldi, di fronte alla chiesa di Nostra Signora della Neve, in attesa del sospirato arrivo dell’urna di Don Bosco. A questo punto ebbe inizio la storia del “cane grigio”.

Un cane, mezzo lupo e con il pelo di color grigio, si avvicinò a due dei confratelli in attesa, ed iniziò a gironzolare intorno a loro. Cercarono di cacciarlo via, anche usando qualche sasso, ma il cane si spostò soltanto, fermandosi dove si trovavano Don Tiburzio, Don Oliva ed una signora, che teneva un bambino per mano. Don Oliva, che stava seduto su una panchina, iniziò ad accarezzarlo ed il cane si accovacciò accanto a lui, poggiando la testa sulle sue ginocchia.

Il furgone, con tutta la scorta al seguito, finalmente arrivò, anche se con un’ora di ritardo sul programma. Don Giraudi, dopo richieste insistenti da parte di Don Tiburzio, accettò di far trasportare l’urna in chiesa, permettendone la venerazione da parte dei convenuti. Per la precisione, l’urna fu posta nel presbiterio, su di un solido tavolo, illuminata da alcuni riflettori e visibile da ogni parte della chiesa.

Poco meno di un’ora dopo, la chiesa era piena di fedeli accorsi a venerare le spoglie di Don Bosco, e le persone continuarono ad aumentare, tanto che, verso le ore 8:00, si dovette far intervenire la forza pubblica per regolare l’afflusso dei fedeli e tenere l’ordine.

‘Il Grigio accovacciato’, disegno di Andrea F. PhillipsIntanto, era capitato un fatto decisamente particolare. Durante la Messa delle 7:30, presieduta da Don Giraudi, qualcuno dei fedeli informò Don Tiburzio che un cane si era accovacciato sui gradini della balaustra, proprio dalla parte dell’urna, ed impediva ai fedeli di avvicinarsi ad essa. Dopo il tentativo di portarlo via di là, il cane – quel cane ricordava proprio quello visto durante l’attesa dell’arrivo dell’urna di Don Bosco – andò addirittura ad accovacciarsi sotto il tavolo sul quale poggiava l’urna. Nessuno dei presenti ebbe a lamentarsene ed il cane poté rimanersene quieto, sotto quel tavolo, per tutta la durata della Messa.

Terminata la Celebrazione, Don Tiburzio rientrò in sacrestia per accompagnare Don Giraudi a fare colazione. All’improvviso giunse quel cane che, tranquillo e scodinzolante, li seguì verso il refettorio. Don Tiburzio cercò di cacciarlo via ma Don Giraudi allora intervenne sorridendo: “Lascialo stare… Chissà che non sia il Grigio di Don Bosco!”

In refettorio il cane si accovacciò sotto il tavolo, tra i piedi di Don Giraudi, rifiutando qualsiasi cibo che gli venisse offerto: pane burrato, formaggio, salame. Tutti i presenti ne rimasero colpiti perché, se si fosse trattato di un cane randagio, non avrebbe certamente rifiutato di mangiare.

Terminata la colazione, Don Giraudi si andò a riposare, e Don Tiburzio prese, quindi, il cane per la collottola e lo portò in cortile. Lì i giovani, che avevano partecipato alla Messa di Don Giraudi e che si trovavano in ricreazione, non appena scorsero il cane gli si raccolsero attorno per accarezzarlo. Anche in questa occasione, però, il cane si rifiutò di mangiare quello che i ragazzi gli offrivano.

Suonata la campanella della scuola, il cane fu portato in portineria. Qui si accucciò mogio, mogio ed il portinaio, visto che si rifiutava di muoversi, lo lasciò lì tranquillo. Verso le 10:00, però, passò il sig. Basilio, il factotum della casa, prese il cane per la collottola e, senza tanti complimenti, lo trascinò fuori dalla struttura e chiuse la porta. Il cane, dopo quel giorno, non fu più visto.

E.A. – V.G.

Il concetto di Aldilà oltre gli oceani del tempo: “la civiltà etrusca”

Qual era la concezione che dell’Aldilà aveva l’antico popolo degli Etruschi?

Questa è la domanda alla quale cercheremo di fornire una puntuale risposta nel corso di questo nostro lavoro, che ci auguriamo riesca, oltre che a catturare la vostra attenzione, anche a fornirvi un quadro relativamente esaustivo e, contestualmente, capace di suscitare in voi il desiderio di approfondire ulteriormente l’argomento.

Prima di iniziare, però, ci preme chiarire il perché di questo nostro articolo, che speriamo possa inaugurare un nuovo filone nell’ambito delle discussioni da noi affrontate nel nostro sito web. Potremmo fornirvi una spiegazione alquanto articolata e ricca di svariati elementi motivazionali, ma preferiamo essere semplici e diretti. Un tema ricorrente, addirittura dominante, e che accomuna, fondamentalmente, tutti i popoli dell’antichità (solo a titolo d’esempio, possiamo menzionare i Sumeri, gli Assiri, i Babilonesi, gli Egiziani, i Greci, i Romani e, ovviamente, gli Etruschi), è l’attenzione riservata alla religione ed al lato spirituale dell’esistenza, con un particolare interesse a ciò che riguarda l’Oltretomba. Ebbene, oggi come ieri questa stessa tematica occupa una posizione altrettanto centrale nell’ambito della nostra esistenza, checché se ne dica. Sarà dunque molto interessante ripercorrere insieme alcuni tratti delle civiltà del passato per poterci poi rivolgere al nostro contesto attuale, forse con una consapevolezza diversa dopo aver attinto alle sorgenti della nostra civiltà.

Ora possiamo iniziare il nostro viaggio indietro nel tempo!

Necropoli etrusca di TarquiniaInnanzitutto, ci preme ricordare che l’usanza di scavare complesse necropoli monumentali nel sottosuolo fu iniziata proprio dagli Etruschi. Infatti prima di loro, in Italia, i morti venivano inceneriti e le loro ceneri erano sepolte, solitamente in una esigua buca nel terreno.

Il mondo del sottosuolo, gli Inferi, per gli antichi corrispondeva al grembo di Madre-Terra e all’Oltretomba. In quel mondo si riteneva si recassero le anime dei defunti per giungere al cospetto delle divinità. I sovrani del reame infero erano una coppia divina: Ade e Persefone, denominati, nella lingua etrusca, Aita e Phersipnai. L’annuale ritorno di Persefone sulla terra, tra i viventi, coincideva con l’inizio della primavera e, in tale occasione, venivano celebrati i “Piccoli Misteri”. I “Grandi Misteri”, invece, erano celebrati a settembre e ricordavano la scomparsa della dea, che discendeva nuovamente nel regno di Ade.

L’intero ciclo simbolico e mitico dei Misteri ruotava intorno al grande mistero della morte e della rinascita. Il principale motivo misterico riguardava l’anima che, attraverso un particolare processo rituale di morte e rinascita, poteva aspirare all’immortalità, dando un superiore significato alla condizione umana, equiparata alla vita divina di déi ed eroi. In questa concezione dell’anima e del suo possibile “risveglio” era racchiusa l’essenza del grande mistero sacro che, ripreso in seguito, ad esempio, da Pitagora, ritroviamo nel cuore del Cristianesimo (un altro aspetto, sicuramente interessante ed in comune con il Cristianesimo, lo ritroviamo nell’iscrizione di Samotracia, dove è ricordata l’usanza praticata dal sacerdote di Cibele di spezzare un pane consacrato e di offrire una bevanda sacra alla persona da iniziare).

Secondo un’idea diffusa nelle antiche terre mediterranee, agli esseri umani non sarebbe appartenuto un solo “Io”, piuttosto un insieme di differenti “Io”. L’essere umano era concepito quale somma di tre principali identità, o “corpi”: il corpo fisico, l’ombra e il demone, o doppio.

Al momento della morte sarebbe avvenuta una separazione delle parti: il corpo fisico decadeva ed era riassorbito dalla terra, mentre veniva rilasciata un’”ombra”, destinata ad un’effimera esistenza nell’Oltretomba o, eventualmente, a rinascere ancora, ma dopo aver bevuto alla “fonte dell’oblio”; il terzo elemento, il demone, per gli antichi Romani era a sua volta composto da varie parti, chiamate Lari (Lares) e Mani (Manes). I Mani erano due per ciascun individuo, uno benefico e l’altro malefico. Con Lare si designava, poi, un’entità collettiva di natura divina.

L’anima, alla morte, sarebbe ritornata presso il proprio Lare, il ceppo originario la cui sede era collocata nel sottosuolo della Madre-Terra. Gli uomini avrebbero avuto, però, la possibilità di un diverso destino. Coloro che avevano riconosciuto il proprio demone, Lare o Mane, e lo avevano trasceso, potevano avere un’anima immortale e godere della stessa vita degli déi, degli eroi e degli iniziati ai Misteri. Per gli altri era inevitabile il continuo re-immettersi nel ciclo della ricorrenza vita-morte-rinascita come inconsapevoli ombre, ignare della trasmigrazione che avevano vissuto.

E’ probabile che il termine etrusco Larth sia all’origine del latino Lares. Il Larth etrusco era il re-sacro, la prima autorità cui ubbidivano i dodici Lucumoni e cui spettava il potere supremo. Il culto degli antenati (Lari), le cui anime vivevano nel sottosuolo al cospetto degli déi della terra, divenne il principale culto degli Etruschi e dei Romani. Conseguenza diretta fu l’edificazione di vaste e monumentali città dei morti, le necropoli, realizzate secondo una concezione magica: le forze di cielo e terra si univano in una magica congiunzione che permetteva all’anima del defunto di compiere adeguatamente il suo lungo viaggio. Le necropoli erano frequentate assiduamente e vi si svolgevano, infatti, banchetti accompagnati da musiche, danze e rituali, con offerte per i morti e per le divinità (latte, miele, vino ed altro ancora erano versati sulla terra, sui cippi e sulle are).

'L’Ombra della sera' - III sec. a.C., Volterra, Museo Etrusco «Guarnacci»Gli antichi ritenevano che nell’esperienza della morte vi fosse un fondamentale problema di “distacco”: la parte terrena di un individuo, la sua “ombra”, poteva ostacolare l’anima nella difficile separazione dal corpo fisico. Gli oggetti funerari, così come gli incredibili affreschi nelle tombe, avevano, quindi, proprio lo scopo di attrarre l’ombra e far sì che lasciasse la sua presa sull’anima spirituale. Un’interessante raffigurazione dell’ombra la si ritrova nei celebri bronzetti etruschi chiamati “ombre della sera”: esili e oblunghe figure dai tratti adolescenziali, evanescenti e gravi.

Tra le divinità del pantheon etrusco, vale la pena ricordare la giovane dea Vanth (ispirata alla Moira greca). Aveva grandi ali, una fiaccola per illuminare l’oscurità mentre accompagnava le anime nel difficile passaggio nell’Aldilà, e simboleggiava il destino, il fato implacabile. Su di lei non si sa molto di più, oltre al fatto che avesse il ruolo di “accompagnatrice di anime” (per i Romani questo compito era affidato a Mercurio, Hermes “psicopompo” per i Greci).

Mostruosi personaggi raffigurati spesso nei sepolcri etruschi, con la funzione  di sorvegliare e proteggere il sepolcro, erano:

  • il demone Charun (il greco Caronte), che era un umanoide semibestiale armato di martello;
  • l’orrido Tuchulcha, che aveva il viso d’avvoltoio, orecchie d’asino e utilizzava i serpenti come armi offensive.

Preziose rappresentazioni dell’Oltretomba etrusco sono arrivate sino a noi grazie alle tombe di Tarquinia. Tra i vari, vogliamo ricordare in particolare due ipogei che, a nostro avviso, meglio possono fornirci informazioni utili alla nostra trattazione.

Tomba dei Caronti

“La Porta” (“Tomba dei Caronti”, Necropoli etrusca di Tarquinia. Usata Nikon D-70 con zoom Nikon 50-70mm, 2011)Scoperta nel 1960, questa tomba costituisce un ottimo esempio di ipogeo ellenistico del tipo “a due livelli e con vestibolo”: il vano superiore (vestibolo), utilizzato per le cerimonie di culto, e le due camere funerarie (poste ad un livello più basso) accessibili con scale che partono dal pavimento del vestibolo stesso. Sulle pareti di fondo e di destra del vestibolo sono raffigurate due finte porte (simbolico ingresso dell’Aldilà), con i dettagli dell’intelaiatura lignea e delle borchie metalliche.

Ciascuna delle porte ha ai lati due Caronti alati, demoni etruschi della morte, custodi dell’Ade, vestiti di corti gonnellini e con diversi accessori: martelli, asce e serpenti. Accanto ad ogni figura, un’iscrizione dipinta indica il nome del demone Caronte accompagnato da un diverso appellativo che, evidentemente, ne distingueva la particolare funzione, purtroppo a noi non nota.

Tomba 5636

“Davanti alla Soglia” (“Tomba 5636”, Necropoli etrusca di Tarquinia. Usata Nikon D-70 con zoom Nikon 50-70mm, 2011)Questo sepolcro risale alla seconda metà del III secolo a.C. e presenta notevoli diversità con quelli di epoca precedente. Il soffitto è piatto e non a spiovente, e la parte pittorica è limitata alla sola parete di destra ed al pilastro centrale (qui è raffigurato un Caronte alato). Sulla parete laterale è presente una scena di particolare interesse: un defunto si prepara a varcare la porta dell’Aldilà, accompagnato dalla dea Vanth che, con la mano destra sulla sua spalla sinistra, con l’altra mano impugna una torcia; la porta è custodita da Caronte che sta seduto, e al centro della scena si trovano due uomini ed un bambino, forse parenti morti in precedenza, rappresentati nell’atto di accogliere il defunto e di indicargli la direzione della porta dell’Aldilà.

Qualche riflessione

Oltre alle due somiglianze, già indicate nel corso della trattazione, tra mondo etrusco e Cristianesimo (“risveglio” dell’anima; celebrazione con pane spezzato e bevanda sacra offerta all’iniziato), riteniamo interessante soffermarci su un altro aspetto per il quale esistono evidenti affinità, lasciando a voi, invece, possibili riflessioni sulle altre somiglianze che abbiate potuto cogliere.

Ebbene, a quale aspetto ci stiamo riferendo?

L’Aldilà è un luogo nettamente separato dal nostro mondo ed i demoni etruschi, che si trovano a guardia del suo accesso, ce ne danno un’immagine decisamente eloquente. Anche per noi i due mondi sono ben distinti e separati, sebbene possano entrare, in determinate circostanze, parzialmente e temporaneamente in contatto. Stiamo pensando infatti, oltre che alle Esperienze di Pre-Morte, durante le quali il mondo dell’Aldilà o, più spesso, del pre-Aldilà è meta di un breve viaggio da parte di chi è stato dato praticamente per morto e che, invece, ritorna poi in vita, anche alle numerose testimonianza di persone che, anch’esse in prossimità della morte, dichiarano di essere state visitate dai loro cari defunti. Ebbene, in entrambe queste casistiche la soglia tra i due mondi può divenire un luogo privilegiato per l’incontro con coloro che ci hanno preceduto; in alcuni casi, i nostri cari sopraggiungono per accompagnarci nella fase di passaggio, in altri essi vengono per fermarci e spingerci a tornare indietro. Tutto questo lo possiamo ritrovare, in un’ottima sintesi per immagini, nella raffigurazione della già menzionata tomba 5636 di Tarquinia. In essa, infatti, possiamo cogliere proprio questa duplice tipologia di esperienza, nella quale l’incontro con i nostri antenati avviene in prossimità della porta del mondo dell’Oltretomba, sorvegliata dal demone Caronte. L’anima del defunto è accompagnata dalla dea Vanth, munita di torcia, ma è certamente l’incontro con i suoi cari a “illuminare” il momento del suo passaggio.

E.A. – V.G.

Un recente miracolo eucaristico in Argentina, Buenos Aires

Dopo il miracolo eucaristico di Lanciano [1] (ovvero il caso di un’ostia consacrata divenuta carne e sangue) che, risalendo al 730-750, è considerato il più antico evento di tale specie, un nuovo miracolo eucaristico è avvenuto di recente in Argentina, a Buenos Aires; esso per più di un aspetto ci ricorda proprio quello di Lanciano.

Parrocchia di Santa Maria (quartiere di Caballito, Buenos Aires)Era il 18 agosto 1996, quando Fr. Alejandro Pezet stava celebrando una Messa serale nella chiesa cattolica di Santa Maria, nel centro commerciale di Buenos Aires. Mentre terminava di distribuire la Comunione, una donna gli si è avvicinata, comunicandogli di aver trovato un’ostia su un candeliere in fondo alla chiesa. Fr. Alejandro, seguita la donna, ha recuperato l’ostia e l’ha messa in un recipiente contenente dell’acqua. Poi, ha riposto il tutto nel tabernacolo della cappella del Sacramento Benedetto.

Padre Alejandro con Mons. BergoglioIl 26 agosto, aprendo il tabernacolo, il religioso si è accorto che l’ostia era divenuta una sostanza sanguinolenta. Ha dunque informato dell’accaduto il cardinale Jorge Bergoglio (l’attuale Papa Francesco), il quale ha deciso di far fotografare l’ostia in modo professionale (le fotografie sono state scattate il 6 settembre). La documentazione fotografica mostrava chiaramente che l’ostia, divenuta un frammento di carne insanguinata, era aumentata di dimensioni. Quindi, per circa tre anni è rimasta nel tabernacolo e l’evento straordinario è stato tenuto segreto. Poi, dato che l’ostia non aveva subito alcuna decomposizione visibile, il cardinale Bergoglio ha deciso di farla sottoporre ad analisi scientifiche.

Miracolo eucaristico di Buenos Aires (1)Il 5 ottobre 1999, alla presenza dei rappresentanti del cardinale, il Dott. Castanon ha prelevato un campione del frammento insanguinato e lo ha inviato a New York, perché fosse esaminato. Non volendo condizionare gli esiti dello studio, di proposito non ha informato la squadra scientifica circa la provenienza del reperto.

Uno degli scienziati era il Dott. Frederick Zugibe, un noto cardiologo e patologo forense. Il team ha rilevato che il materiale analizzato era effettivamente carne e sangue, contenenti DNA umano. Il Dott. Zugibe ha dichiarato:

“Il materiale analizzato è un frammento del muscolo cardiaco, proveniente dalla parete del ventricolo sinistro, vicino alle valvole. Tale muscolo è responsabile della contrazione del cuore. Si deve ricordare che il ventricolo sinistro pompa il sangue in tutto il corpo. Il muscolo cardiaco si trova in una condizione infiammatoria e contiene un ampio numero di globuli bianchi, il che indica che il cuore era vivo al momento dell’asportazione del campione. È mia opinione che il cuore fosse vivo, dal momento che i globuli bianchi muoiono al di fuori di un organismo vivente che li sostenga. Quindi, la loro presenza indica che il cuore era vivo quando il campione è stato prelevato. Inoltre, detti globuli bianchi sono penetrati nei tessuti, il che evidenzia ulteriormente che il cuore si trovava sotto un intenso stress, come se la persona fosse stata colpita con forza all’altezza del petto”.

Due australiani, il giornalista Mike Willesee e l’avvocato Ron Tesoriero, erano presenti durante i test e, poiché sapevano della provenienza del campione, sono rimasti sbalorditi dalle dichiarazioni del Dott. Zugibe. Inoltre, Mike Willesee ha chiesto allo scienziato per quanto tempo i globuli bianchi sarebbero potuti rimanere vivi, se fossero provenuti da tessuto umano tenuto in acqua. Lo scienziato ha risposto che sarebbero morti dopo qualche minuto.

Quindi, il giornalista ha informato il medico del fatto che il campione proveniva da un tessuto, conservato dapprima in acqua normale per circa un mese e poi per circa tre anni in un contenitore con acqua distillata; solo a questo punto il campione era stato prelevato per le analisi. Il dottore non ha potuto fornire alcuna spiegazione in proposito.

Infine, Mike Willesee ha comunicato che il campione analizzato proveniva da un’ostia consacrata (pane bianco, non lievitato), che misteriosamente era diventata carne umana insanguinata. Profondamente colpito da tale notizia, il Dott. Zugibe ha risposto che tutto ciò rimaneva un mistero inspiegabile per la scienza, un mistero completamente al di là delle sue competenze.

I dettagli riportati sono stati riferiti dal religioso M. Piotrowski SChr sul sito web Love One Another!, 17/2010; ulteriori dettagli su tale evento (anche se per alcuni aspetti le informazioni sono divergenti) sono stati forniti dal giornalista e scrittore Antonio Socci, che ha condotto personalmente un’indagine a Buenos Aires.

Eventi particolari sarebbero iniziati nel maggio del 1992, nello stesso mese ed anno nei quali Jorge Bergoglio venne nominato vescovo ausiliario a Buenos Aires. Il 1 maggio 1992 due frammenti di ostia sono stati rinvenuti sul corporale all’interno del tabernacolo. Il parroco ha deciso di riporli in un contenitore con acqua e di conservarli nel tabernacolo stesso. Dopo alcuni giorni i due frammenti erano ancora integri e l’8 maggio si è notato che erano diventati rossastri. Quindi, domenica 24 maggio sulla parete interna del tabernacolo è stata osservata una goccia di sangue.

Miracolo eucaristico di Buenos Aires (2)A tali fatti seguono gli eventi descritti in precedenza (anche se l’ostia abbandonata sarebbe stata trovata il 15 agosto 1996 anziché il 18). Una volta notata la trasformazione in carne e sangue, l’arcivescovo Quarracino sarebbe stato informato direttamente ed avrebbe deciso di non divulgare la notizia e di far scattare le suddette fotografie, oltre a far condurre studi specifici al riguardo. Poi, tutta la documentazione è stata inviata a Roma. Nel 1999 l’arcivescovo Bergoglio, che aveva iniziato a seguire il caso solo dal giugno 1997, ha autorizzato per entrambi i casi (1992 e 1996) analisi approfondite, che sono state condotte negli Stati Uniti (California) nel 2000, utilizzando tecniche tipiche della FBI. Per quanto riguarda il campione del 1992, sono state rinvenute in esso tracce di pelle umana. Infine, ci sono state le analisi del laboratorio di New York sul campione del 1996 con gli incredibili risultati già ricordati.

Un rapido raffronto con il miracolo di Lanciano.

A questo punto, può essere interessante effettuare alcuni raffronti tra il miracolo di Buenos Aires ed il miracolo eucaristico di Lanciano.

Miracolo eucaristico di LancianoIl Miracolo di Lanciano, avvenuto – come già detto – nell’VIII secolo, ebbe luogo durante una Messa, subito dopo la consacrazione, quando l’ostia si tramutò in carne ed il vino in sangue. L’ostia ed il sangue sono conservati ancora oggi nella chiesa di Lanciano, fatta costruire appositamente.

Nel novembre del 1970 l’Arcivescovo di Lanciano decise di sottoporre ad esame scientifico i reperti. Fu incaricato il professor Edoardo Linoli, in collaborazione con il professor Ruggero Bertelli dell’Università di Siena. Il 4 marzo 1971 furono presentati i risultati delle analisi, dai quali emergeva che la carne ed il sangue erano sicuramente di natura umana. La carne era inequivocabilmente tessuto cardiaco umano ed il sangue apparteneva al gruppo sanguigno AB. Fatto degno di nota, che è stato riscontrato anche nell’evento di Buenos Aires, la carne ed il sangue non sono stati soggetti alla consueta degradazione cadaverica.

Nel 1973 il Consiglio Superiore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) nominò una Commissione scientifica per verificare le conclusioni dei due medici italiani. Le ricerche, durate 15 mesi per un totale di 500 esami, confermarono ciò che era stato dichiarato e pubblicato in Italia. L’estratto dei lavori scientifici della Commissione medica dell’O.M.S. venne pubblicato nel dicembre 1976 a New York e a Ginevra.

Di seguito è riportata una tabella, che pone a confronto sinteticamente i risultati scientifici relativi ai due reperti, quello di Lanciano e quello di Buenos Aires. Le analogie appaiono impressionanti. Da quanto ci è dato sapere, sembrerebbe che il Dott. Castanon abbia fatto confrontare i risultati ottenuti a New York con quelli del miracolo di Lanciano e che, oltre che avere lo stesso gruppo sanguigno (AB), i reperti avrebbero anche DNA compatibili e, quindi, potrebbero appartenere alla stessa persona.

Tabella: raffronto tra miracoli di Lanciano e Buenos Aires

Mentre per il miracolo eucaristico di Lanciano si possono leggere i risultati delle ricerche e delle analisi di laboratorio nei volumi pubblicati dal Prof. Linoli, nella rivista dell’O.M.S., pubblicata a New York e Ginevra nel 1976, e nei documenti conservati nel Santuario ed esposti al pubblico, per il miracolo di Buenos Aires non si può dire lo stesso. Del miracolo eucaristico di Buenos Aires, infatti, si è iniziato a parlare solo recentemente, perché il vescovo di Buenos Aires al momento dell’evento era Jorge Bergoglio, divenuto Papa alcuni anni fa. L’unico che ha divulgato la notizia è stato il dott. Castanon tramite delle interviste e conferenze, ma non ci risulta che abbia pubblicato alcuno dei risultati delle indagini condotte.

E.A. – V.G.


[1] Abruzzo, provincia di Chieti.

I cani: possibili strumenti dell’ ‘insolito’!

Come abbiamo avuto già modo di menzionare nella sezione Confini > Discendenti di Anubi (http://www.liminamortis.org/confini/discendenti-di-anubi/) a proposito del caso raccontato dal Sig. Mario Ritaldi di Roma, nell’aneddotica della vita dei Santi e dei fenomeni miracolosi talvolta ritroviamo i cani: in alcuni casi presenze positive che intervengono per soccorrere, in altre occasioni manifestazioni sicuramente negative che vengono a minacciare.

Vediamone quattro esempi, decisamente interessanti.

Don Bosco ed il Grigio

Santo piemontese del XIX secolo, fondatore della congregazione dei Salesiani, don Bosco trovò un fedele compagno in un grosso cane grigio, èl Gris’ in piemontese, da molti descritto come un pastore tedesco dall’aspetto che incuteva timore e che faceva pensare piuttosto ad un lupo, con il muso allungato, le orecchie dritte, il mantello grigio, l’altezza pari a circa un metro. Questo cane Don Bosco e il Grigiomisterioso diventò protagonista di racconti fantasiosi e lo stesso don Bosco, allo scopo di sgombrare il campo da esagerazioni, preferì raccontare direttamente lui le vicende che lo riguardavano alla fine delle sue “Memorie dell’Oratorio” (in realtà, recenti studi confermano che, prima del Grigio, don Bosco fu aiutato, anche se per un breve periodo, da un altro cane, di fattezze simili a quelle del Grigio, chiamato dai ragazzi dell’oratorio “il Polacco”).

Il primo incontro risale ad una sera particolarmente buia quando, tutto solo, don Bosco doveva attraversare un’area abbandonata. Vide un grosso cane ma, dato che il cane non gli mostrava ostilità, don Bosco gli si avvicinò ed iniziò ad accarezzarlo. Il cane gli fece le feste e poi lo accompagnò, quindi scomparve. Questo fatto si ripeté più volte.

Verso la fine del 1854, in una notte nebbiosa, lungo la strada che stava percorrendo, don Bosco si rese conto della presenza minacciosa di due uomini che lo precedevano, ma era oramai troppo tardi per cambiare percorso. I due lo aggredirono, avvolgendolo con un mantello per bloccarlo. A quel punto comparve il Grigio. Il cane abbaiò fragorosamente, fece perdere l’equilibrio ad uno degli uomini spingendolo con le zampe e saltò alla gola dell’altro. Gli aggressori, terrorizzati, pregarono don Bosco di trattenere il cane. Don Bosco richiamò l’animale, che continuava ad abbaiare, e corse via.

Una sera, Margherita, la mamma di don Bosco, cercava di dissuadere il figlio dall’idea di uscire, ma don Bosco era deciso ad andare, facendosi accompagnare, però, da alcuni ragazzi grandi e coraggiosi. Il Grigio stava sdraiato davanti alla porta e non sembrava intenzionato a spostarsi. Don Bosco gli ordinò di alzarsi e di accompagnarlo ma il cane, invece di obbedirgli, si mise ad abbaiare e rifiutò di spostarsi. Don Bosco tentò due volte di scavalcarlo, ma il Grigio gli impedì di passare. Alla fine, don Bosco fu costretto a desistere dal proprio intento di uscire. In seguito, si venne a sapere che quella sera don Bosco era atteso da alcuni uomini che, una volta uscito, l’avrebbero aggredito con lo scopo di ucciderlo.

Don Bosco scrisse di aver visto il Grigio per l’ultima volta nel 1866 quando, recatosi ad una fattoria di cui voleva salutare il fattore, il Grigio venne chiuso in una stanza, per evitare che i cani da guardia della fattoria lo attaccassero. Quando qualcuno, poi, andò a portargli da mangiare, il cane era misteriosamente scomparso. Nessuno lo vide più.

Fu chiesto più volte a don Bosco un parere sulla natura di quell’animale sorprendente ed egli ammise che si trattava di una creatura degna di nota nella sua vita. Sebbene affermare che fosse un angelo avrebbe certamente fatto sorridere, nondimeno doveva ammettere che non si trattasse di un cane comune. Don Bosco rifletté spesso sull’origine di quel cane e riconobbe che per lui fu un vero dono della Provvidenza.

Padre Pio ed il cane mostruoso

Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nato in Campania, membro dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, è un Santo del secolo scorso, la cui vita è costellata di numerosi eventi “insoliti”.

Padre Pio nel 1906 si trovava nel convento di Sant’Elia a Pianisi (in Campania). Durante una notte Padre Piod’estate, in cui non riusciva ad addormentarsi per il gran caldo, Padre Pio sentì, proveniente dalla stanza accanto alla sua, il rumore dei passi di qualcuno che andava avanti e indietro.

Padre Pio, pensando che si trattasse di Padre Anastasio che, come lui, non riuscisse a dormire, pensò di chiamarlo per parlare un po’ e far passare così il tempo. Si avvicinò alla finestra e lo chiamò, ma la voce gli si strozzò in gola quando vide apparire, sul davanzale dell’altra finestra, un cane dal muso mostruoso. Dopo un po’ di tempo, ancora terrorizzato, vide entrare dalla porta un grosso cane, dalla cui bocca usciva fumo in gran quantità. Padre Pio cadde riverso sul letto e sentì l’animale parlare in dialetto: “è iss, è isso” (è lui, è lui). Poi quel brutto cane, con un gran salto, arrivò sul davanzale della finestra e da lì saltò sul tetto della casa di fronte, e poi sparì.

Padre Pio considerò questo come il primo incontro che ebbe con il Diavolo, infatti molti altri, nel corso della sua vita, ne seguirono.

Madonna del Divino Amore ed il “branco di cani rabbiosi”

Il santuario del Divino Amore, sulla via Ardeatina, nella zona di Castel di Leva (Roma), è oggetto di grande devozione popolare da quando un viandante si ritenne salvato grazie all’immagine della Madonna col Bambino affrescata sul muro dell’antica torre.

Si racconta che, nella primavera del 1740, un pellegrino, diretto alla basilica di San Pietro, si sia Il Divino Amore - Il pellegrino e i canismarrito nella campagna nei pressi di Castel di Leva, a circa 12 km a sud di Roma. Scorti alcuni casali ed un castello diroccato in cima ad una collina, il viandante vi si diresse, sperando di trovare qualcuno che gli potesse dare informazioni per ritrovare la strada. Venne però assalito da un branco di cani rabbiosi che lo circondarono. Il pellegrino, alzando lo sguardo, si accorse che sulla torre del castello c’era un’icona che raffigura la Vergine con il Bambino, sovrastata dalla colomba dello Spirito Santo. Invocata perciò la Madonna che lo salvasse da quel pericolo, i cani, che gli erano oramai addosso, di colpo si fermarono e si dileguarono. I pastori che erano nella zona, richiamati dalle urla del viandante, accorsero sul posto e, ascoltato il suo racconto, gli diedero le necessarie indicazioni per arrivare a Roma.

Il nome del pellegrino è ignoto ma la notizia dell’accaduto si diffuse ben presto in città, tanto che l’icona della Madonna a Castel di Leva divenne ben presto meta di pellegrinaggi, che continuano ancora oggi.

San Rocco ed il suo cane

San Rocco, di origini francesi, visse nel XIV secolo e, secondo la tradizione, una volta morti i San Rocco e il canegenitori e donate ai poveri tutte le sue ricchezze, lasciò la Francia e si mise in cammino verso l’Italia. Scelse l’Italia perché, percorrendo la via Francigena (via usata dai pellegrini), voleva assistere i pellegrini ammalati.

A Piacenza però, mentre assisteva gli ammalati di peste dell’Ospedale di Santa Maria di Betlemme, si ammalò egli stesso. Cacciato dall’ospedale, San Rocco arrivò a Sarmato, a 17 km dalla città, dove riuscì a ripararsi in una grotta aspettando la morte.

Fu un cane che lo salvò. L’animale infatti, accortosi della sua presenza e della sua sofferenza, gli portò ogni giorno un pezzo di pane, fino alla sua guarigione. San Rocco, una volta guarito, non tornò in Francia ma riprese la sua attività a favore degli appestati, per la quale ancora oggi è ricordato, ed il cane rimase con lui.

E.A. – V.G.

 

Le Frontiere della Morte (Limina Mortis): il perché di una definizione

Di fronte al mistero esistono due posizioni estreme:

  • cercare di spiegarlo, traducendo in termini noti ciò che, per sua natura, è “Oltre” e “Altro”, con il rischio di scadere nel banale o nel ridicolo;
  • oppure, tacere per amore di serietà e dignità.

La nostra posizione si ferma sulla soglia, senza forzature e senza timidezze.

Lungi da noi il voler usare degli aneddoti per definire il mistero dei misteri: la morte.

D’altro canto, raccogliere e narrare ciò che si può intravedere da qualche “crepa” non ci sembra azione né inopportuna né inutile.

L’<altrove> ha sempre stimolato la ricerca e l’avventura, tanto più quando la posta in gioco è ciò che sa di eterno!

E.A. – V.G.

 

Le nostre prime conclusioni

A distanza di un mese dal nostro ingresso in Rete e a fronte di tutti i commenti che da allora ci avete inviato (postandoli sia direttamente sul sito e sulla nostra pagina Facebook www.facebook.it/liminamortis che trasmettendoceli per altre vie), ci sentiamo di poter tirare le prime somme.

Grazie a tutti voi, le visite a questo sito web sono state numerosissime (potete vederlo dal contatore posto in basso su ogni pagina), a conferma che il nostro Progetto interessa o, almeno, incuriosisce veramente tanti.

Da quanto ci avete scritto, quello che avete decisamente apprezzato è stata la nostra scelta di voler affrontare un argomento estremamente ‘sensibile’ in un modo diverso, rimanendo sempre e comunque sulla ‘Soglia’, senza pretendere di superarla. In altre parole, senza il desiderio di sensazionalismi, abbiamo iniziato a documentare i racconti “fuori dall’ordinario” di gente comune ma anche di stimati professionisti, di cui colpisce innanzitutto la profonda sobrietà narrativa. Si tratta, inoltre, di materiale del tutto originale, da noi personalmente girato e mai pubblicato prima.

Insomma, ci auguriamo davvero che continuiate in tanti a seguirci e che sempre, alla fine della vostra visita di questo sito, possiamo riuscire a far nascere in voi la domanda: “Quale sarà il prossimo contributo che verrà pubblicato?…”

La nostra risposta? Seguiteci regolarmente e non resterete delusi!

E.A. – V.G.